La crisi del sistema economico di Wenzhou

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PECHINO. Nel novembre 2011 a Wenzhou, venni ricevuto da Zhou De Wen, il presidente della locale associazione delle piccole imprese. Wenzhou è la zona dei «padroncini» cinesi. Gente che dal nulla ha creato aziende, quasi tutte a conduzione famigliare, che producendo accendini, accessori, plastiche, scarpe, hanno finito per diventare il motore di quella che conosciamo come «fabbrica del mondo». Nel 2011 il sistema economico di Wenzhou è entrato in crisi. Nella città  del sud cinese, dalla quale provengono la maggioranza dei cinesi «italiani», molte di queste piccole imprese era stata chiusa, o era fallita. Altre vedevano i laoban, i boss, fuggire oppure suicidarsi. Erano insolventi verso le «banche ombra», gli usurai, dato che le banche ufficiali, dopo ordini dall’alto, avevano chiuso i rubinetti del credito per la piccola e media impresa. Zhou Da Wen, unico responsabile politico ad incontrare i giornalisti, era disperato. Sotto una patina di tranquillità  – «verrà  il premier Wen Jiabao», diceva – nascondeva il terrore di aver compreso che la crisi non sarebbe stata momentanea. Si era di fronte ad un momento storico. Per quanto provasse a crederci, Zhou Da Wen sapeva di essere di fronte ad un vicolo cieco. Ci fu una resistenza, un tentativo: Wen Jiabao, in un ultimo spasmo populista, propose di creare una zona finanziaria speciale a Wenzhou, sperando di fare emergere nella legalità  gli strozzini. Evento bocciato dalla storia.
È che il corso ormai è chiaro: in Cina spesso alcuni processi si osservano solo mettendo insieme eventi anche distanti tra loro. Così quando il mese scorso nell’incessante precedere di notizie pre Assemblea Nazionale, la Cina ha fatto intendere di voler creare degli agglomerati di multinazionali – a partire dall’elettronica – capaci di competere all’interno quanto all’esterno e puntando sull’innovazione, la crisi di Wenzhou è apparsa in tutta la sua logica. Sterminare chi non sta in piedi, fare rimanere sul mercato solo i più forti e procedere a grosse concentrazioni. E sopratutto mettere in discussione le grandi aziende di stato e le iniezioni di denaro direttamente dalle banche. Se la fabbrica di accendini di un ipotetico signor Li di Wenzhou chiude, non c’è problema. È il mercato.
Il Financial Times il 1 novembre 2012 raccontava divertito di quando Wang Qishan, attuale membro del Comitato Permanente del Politburo cinese, diede una lezione di laisser-faire a investitori Usa coinvolti nella bancarotta della Guangdong International Trust and Investment Corporation. «Il fondamento di ogni economia di mercato, disse Wang agli esterefatti stranieri, è che i vincitori vincono e i perdenti perdono», confermando così l’intenzione di non portare lo stato a soccorrere la crisi. Niente male per un comunista. È che la Cina oggi, di «comunista» pare solo avere il nome del partito unico che la guida o l’approccio stalinista a tutto quanto è controllo ideologico. Più in generale – infatti – i metodi di Wang Qishan, considerato un liberale, rendono chiara l’idea di cosa intenda la Cina quando parla di riforme.
Quelle «riforme» che vengono salutate dai media occidentali come rivoluzionarie, in realtà  non sono che un adattamento «liberista» all’economia cinese. Meno stato, più privati, spingendo sulla creazione di colossi capaci di innovare: è per questo che sul banco degli imputati sono finite le grande aziende di stato che agiscono in regime di monopolio nei propri settori, spesso agganciate a cordate politiche molto in alto, se non al vertice della struttura cinese, teatro di corruzione, maneggi, con una produttività  e capacità  di fare breccia sui mercati esteri troppo debole per le esigenze della Cina contemporanea. Si tratta di riforme che manderanno in soffitta l’idea di Cina come «fabbrica del mondo» – che continuerà  a produrre quel tipo di merce specie per i mercati meno evoluti dai quali la Cina ottiene risorse, vedi alcune aree del Medio Oriente, come l’Iran o l’America Latina – e produrranno un cambio di paradigma cui seguiranno necessari cambiamenti nell’assetto economico generale.
Alcuni provvedimenti, economici e finanziari, sono già  stati presi. A Shanghai è stata da poco annunciata la nascita di una zona di «libero mercato» che finirà  per fare concorrenza ad Hong Kong. È una zona della città  in cui non ci saranno controlli doganali. Lo scopo è attrarre almeno 150 multinazionali straniere, ovvero attrarre tutto quanto è innovazione, ricerca e sviluppo, secondo un comportamento conosciuto da parte della Cina. La conseguenza sarà  la riduzione del numero di aziende cinesi, accorpate in colossi capaci di entrare con forza nel mercato internazionale. Per il Ministero dell’Industria, un settore chiave sarà  l’elettronica, con la necessaria creazione di «un massimo di otto aziende con un fatturato di almeno 100 miliardi di yuan (16 miliardi di dollari) entro il 2015». Ad oggi solo Huawei e Lenovo raggiungono questi obiettivi. C’è poi l’ambito finanziario: la Cina ha creato incentivi in grado di favorire gli istituti di credito di Hong Kong a prestare soldi a tassi di mercato, per creare la «zona finanziaria speciale» di Shenzhen-Qianhai. Il primo flusso di capitali previsto è di due miliardi di yuan (240 milioni di euro). Qianhai – vicino a Shenzhen, quindi ad Hong Kong – è il luogo prescelto per sperimentare la libera convertibilità  dello yuan. La Cina ha sempre deciso il valore della moneta nazionale da un punto di vista politico, scegliendo, non senza polemica internazionale, di tenere basso il suo valore per favore le proprie esportazioni. Analogamente i tassi di interesse bassi favorivano le grandi aziende di stato. Ora non è più così: lo yuan deve essere in grado di competere come valuta di scambio con il dollaro e ha bisogno di nuove caratteristiche. Analogamente uno yuan debole penalizza i risparmi dei cinesi, che invece dovranno essere incoraggiati a sviluppare maggiormente il mercato interno.


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