Finmeccanica, manager in cella Verifiche sugli affari con Putin

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NAPOLI — Se c’è chi ancora ricorda la maxitangente Enimont, quella che negli anni di Manipulite fu definita «la madre di tutte le tangenti», pagata da grandi imprenditori per finanziare illecitamente quasi tutti i partiti della Prima Repubblica, be’ bisogna che riveda il proprio concetto di «maxi». Quella era di 150 miliardi di lire. Oggi, nell’inchiesta sulla presunta corruzione internazionale collegata alle commesse estere di Finmeccanica, ne viene fuori una, destinata a essere spartita tra l’ex ministro Claudio Scajola, il suo fedelissimo Massimo Nicolucci (parlamentare del Pdl) e il ministro della Difesa brasiliano Nelson Jobin, e collegata alla fornitura di navi militari al Brasile, di 550 milioni di euro. In lire sarebbero quasi 1.065 miliardi: sette volte più della tangente Enimont.

Cifre da brividi, il cui effettivo pagamento però, seppure pattuito, non è poi avvenuto. I pubblici ministeri napoletani Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, che coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco conducono l’inchiesta su Finmeccanica, hanno iscritto nel registro degli indagati, con l’ipotesi di corruzione internazionale, sia Scajola che Nicolucci, e con loro anche il presidente degli industriali napoletani Paolo Graziano (legato da amicizia ai due esponenti del Pdl) al quale ieri i carabinieri hanno perquisito casa e vari uffici a Napoli e Roma.
Ma non finiscono qui gli sviluppi clamorosi delle indagini su Finmeccanica: ieri è stato anche arrestato l’ex direttore commerciale Paolo Pozzessere, il cui nome era già  emerso da tempo nelle indagini napoletane. Perciò il manager aveva deciso di autosospendersi, assumendo successivamente il ruolo di senior advisor per i rapporti con la Russia. Nell’ordinanza firmata dal gip Dario Gallo, Pozzessere è indicato come colui che avrebbe gestito insieme al faccendiere napoletano Valter Lavitola (già  in carcere e accusato di corruzione internazionale ma anche di altri reati, tra cui una tentata estorsione a Berlusconi) un’operazione che portò nelle casse di Finmeccanica 180 milioni di euro grazie alla fornitura di elicotteri Westland e del sistema per il controllo delle coste al governo di Panama. Poi, però, il gruppo italiano avrebbe pagato una tangente di 18 milioni di euro a una società  riconducibile al presidente panamense Ricardo Martinelli, legatissimo a Lavitola. Ora Pozzessere è rinchiuso nel carcere di Poggioreale, dove nei prossimi giorni, assistito dall’avvocato Carlo Marchiolo, sarà  interrogato dal gip alla presenza dei due pm.
E si parlerà  certamente anche di altre operazioni di Finmeccanica curate dal manager quando era direttore commerciale. Come la vendita — non andata in porto — di velivoli al governo indonesiano, in cui cercò di inserirsi il senatore del Pdl eletto all’estero Esteban Caselli (agli atti dell’inchiesta c’è anche una telefonata tra Berlusconi e Pozzessere in cui l’ex premier caldeggia il coinvolgimento di Caselli) che avrebbe chiesto per sé una percentuale tra il 5 e il 10 per cento della transazione. Oppure dei possibili affari in Russia («sui nostri elicotteri dite che ci volano vari capi di Stato ma non menzionate mai Putin», si raccomanda al telefono l’amministratore delegato Bruno Spagnolini parlando con Marco Acca, responsabile vendite del settore militare di AgustaWestland).
Ma la questione centrale resterà  quella della fornitura delle fregate Fremm al Brasile, operazione da 5 miliardi che si interruppe per le accuse dell’allora ministro della Difesa La Russa al presidente Lula in merito al caso Battisti. Ai pm ne ha parlato Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle relazioni istituzionali della holding di Stato, e successive conferme le hanno fornite l’ex presidente Pierfrancesco Guarguaglini e il direttore commerciale di Fincantieri Giuseppe Bono.
Secondo queste testimonianze Scajola avrebbe chiesto per la propria mediazione — efficace grazie agli ottimi rapporti con Jobin — una provvigione dell’11 per cento. «Da ministro ho girato il mondo sempre nel rispetto delle leggi e delle regole, non ammetto nessuna speculazione vergognosa», commenta Scajola. E Nicolucci: «Ho sempre operato solo nell’interesse del mio Paese e mai illecitamente». Si difende pure Finmeccanica, che in una nota scrive di non aver mai pagato «nessun compenso per intermediazione».


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