Tobin tax, l’Europa parte a 11

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PARIGI. Ieri è stato un fatto un passo verso l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie in Europa. Undici paesi, tutti della zona euro, si sono schierati a favore al consiglio europeo dei ministri delle finanze, che si è tenuto a Lussemburgo. «Quattro paesi membri hanno manifestato l’intenzione di aderire» al progetto, ha precisato il commissario alla fiscalità , Algirdas Semeta. Italia, Spagna, Slovacchia e Estonia dovrebbero inviare a Bruxelles una lettera di conferma di questa volontà  «nei prossimi giorni». Si aggregheranno così al gruppo che aveva già  approvato l’ipotesi: Francia, Germania, Belgio, Portogallo, Slovenia, Austria e Grecia. La Commissione spera di poter presentare già  al prossimo consiglio Finanze, il 13 novembre prossimo, il progetto di «cooperazione rafforzata», che può venire avviato nella Ue quando si passa la soglia di almeno nove paesi. Poi, il progetto dovrà  passare con un voto in Consiglio a maggioranza qualificata, cioè con il 73% de voti. La Gran Bretagna, che è decisamente contro, ha però fatto sapere che non bloccherà  il processo. Il paese più ostile è l’Olanda, che ha presentato degli studi «indipendenti» che rilevano la possibilità  di «risultati devastanti» nel caso di adozione della tassa. Londra, che alla City vede realizzarsi i tre quarti delle transazioni finanziarie europee, si oppone, perché le altre grandi piazze mondiali – New York, Hong Kong, Singapore – non hanno fatto una scelta analoga. Contraria anche la Svezia, scottata dall’esperienza fatta qualche anno fa di una Tobin Tax a livello nazionale. Irlanda e Lussemburgo, evidentemente, sono contro. Sulla strada dell’adozione c’è anche il parere del Parlamento europeo, che dovrà  essere consultato, senza troppe sorprese, perché già  c’era stato un voto favorevole in questa assemblea.
In Francia, il ministro delle finanze Pierre Moscovici si è subito precipitato a mettere il cappello sul passo avanti del Consiglio, sottolineando «l’effetto positivo» avuto dalla lettera comune che ha firmato con l’omologo tedesco Wolfgang Schà¤uble e inviata alla Commissione il 28 settembre scorso, ultimo tentativo per sbloccare l’avvio della tassa sulle transazioni finanziarie. Hollande, nei giorni in cui sta facendo votare il Fiscal Compact da una maggioranza in parte recalcitrante, ha bisogno di mostrare che con la sua presidenza la costruzione europea è «riorientata» a favore dello stimolo alla crescita. La Tassa sulle transazioni finanziarie è quindi la benvenuta. Anche se una «cooperazione rafforzata» a undici, senza la City, rischia di tradursi in una norma che sarà  solo una pallida copia dell’originale della Tobin Tax. C’è il pericolo che la tassa si riduca a un’addizione di bolli di Borsa, che già  esistono in vari paesi (Gran Bretagna compresa, in Francia è dello 0,2%). L’obiettivo perseguito dalla Commissione, che aveva presentato il progetto nel settembre 2011, sarebbe di tassare ogni transazione effettuata tra istituzioni finanziarie – banche, Borse, società  di investimento, assicurazioni, hedge funds – con un tasso dello 0,1 sugli scambi di azioni e obbligazioni e dello 0,01 per i prodotti derivati. La Commissione aveva calcolato che una tassa sulle transazioni finanziarie applicata a 27 avrebbe potuto generare 57 miliardi l’anno. Non c’è però accordo sulla destinazione dei proventi di questa tassa. Francia e Germania si scontrano: Berlino rifiuta che gli introiti vadano nel bilancio della Ue, poiché vuole poterli utilizzare per spese nazionali.
Sulla Tobin tax in versione europea, anche se rischia di non essere molto consistente, si sono concentrati molti interessi politici. Hollande, che la presenta come un successo del suo «riorientamento». Angela Merkel, che la usa come moneta di scambio con l’Spd, per ottenere il Sì al Fiscal Compact. Mario Monti e Mariano Rajoy hanno puntato i piedi fino all’ultimo, perché hanno usato l’arma del consenso per chiedere solidarietà  alla Germania nella crisi attuale. L’Italia ha preteso da Berlino assicurazioni di un sostegno in caso di crisi bancaria, prima di dichiarare il suo voto favorevole.


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