United Kingdom L’uscita dall’Ue non riporterà  la sovranità 

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Il Regno Unito pare quasi inesorabilmente avviato a smettere di essere un membro a tutti gli effetti dell’Unione europea. Da un nuovo sondaggio condotto dall’Observer risulta che se potessero esprimere la propria preferenza secca in un referendum, due terzi dei britannici sarebbero propensi ad andarsene dall’Ue, a ennesima dimostrazione del forte sentimento antieuropeo nel paese. Ormai è pressoché certo che entrambi i più importanti partiti politici britannici si sentano in obbligo di proporre tale referendum nei manifesti elettorali della loro campagna per le prossime elezioni parlamentari. A meno che l’Europa non diventi all’improvviso più attraente o che i filo-europei riescano ad affermare solidamente la loro opinione, il risultato di un referendum simile è scontato.

La probabilità  di un’uscita definitiva dall’Ue si avvicinerà  ancor più con il summit europeo di questa settimana, nel quale i ventisette dovranno cercare di accordarsi sul bilancio dell’Unione per i prossimi sette anni. Le spese per l’agricoltura hanno sempre fatto la parte del leone nel bilancio  europeo, ma adesso il grosso delle spese sarà  destinato alle infrastrutture dei paesi membri più poveri, alla ricerca e allo sviluppo, all’attuazione di iniziative paneuropee come l’unione bancaria caldeggiata da tutti. Un congelamento della spesa, tenuto conto delle impellenti necessità  dell’Europa del sud e dell’est, è pertanto inverosimile. Probabile invece che gli altri 26 si accordino per un piccolo aumento in termini reali.

Il Regno Unito non vi contribuirà . David Cameron, immobilizzato dai suoi stessi colleghi di partito, euroscettici sempre più convinti, e da un partito laburista opportunista che ormai antepone i vantaggi tattici ai principi, sa bene di non aver possibilità  di averla vinta in Parlamento e di non poter uscire indenne dallo scrutinio isterico di media euroscettici per lo più di centro destra. Sarà  dunque costretto a porre il suo veto a un accordo del genere, acuendo ancor più la diffidenza tra il Regno Unito e i suoi vicini europei, e facendo ogni sorta di concessioni anche solo per vincere un poco plausibile referendum su un rapporto di collaborazione limitato.

Gli euroscettici conservatori ne saranno deliziati. Secondo loro l’appartenenza all’Ue ha contribuito al declino del Regno Unito. Riecheggiando lo sconfitto Tea Party statunitense, illustrano ai britannici  la prospettiva di diventare come Hong Kong, con minime tutele sul posto di lavoro, l’occasione di trasformarci in un paradiso fiscale; diventare lo stato disertore economico e politico d’Europa, immaginare che l’Ue sarà  felicissima di accettare una concorrenza iniqua e non regolamentata. Ma è veramente illusorio credere che questa sia la strada giusta per la salvezza.

Al contrario: questa strada porterà  alla rovina, da ogni punto di vista. L’industria automobilistica britannica dovrà  trasferirsi nei paesi che producono a basso costo e sono rimasti nell’Ue. E a quella seguiranno altre industrie manifatturiere. La produzione degli Airbus dovrà  spostarsi in Germania e in Francia. I danni sono già  evidenti e numerosi, in parte perché la Germania ormai prevede che  il Regno Unito lascerà  l’Ue e che Berlino ponga un veto agli accordi tra British Airways e il colosso della difesa Eads. Non si vuole arrivare a concentrare in un paese non appartenente all’Ue la produzione industriale destinata alla difesa europea. Il settore dei servizi finanziari sarà  regolamentato come stabilisce Bruxelles, e non potremo opporci. I coltivatori britannici, che dalla politica agricola comunitaria hanno tratto enormi vantaggi, scopriranno di essere diventati dipendenti dal mal concepito sistema di sussidi all’agricoltura con il quale Bruxelles deciderà  di sostituirlo. E i coltivatori si ritroveranno a sopravvivere grazie all’agricoltura industriale intensiva, devastando la loro amata campagna inglese.

Subappaltatori del mondo

L’evasione fiscale raggiungerà  livelli devastanti nel momento in cui la nostra economia diventerà  sempre più proprietà  delle multinazionali straniere che la reputano l’elemento chiave della loro strategia d’affari. Nessun euroscettico si lamenta mai della vendita agli stranieri delle aziende del nostro paese, il che rappresenta un vincolo estremamente più rigido per la nostra sovranità  rispetto a Bruxelles.

Diventeremo subappaltatori del mondo senza alcuna sovranità  economica, con un’economia disarticolata che offrirà  posti di lavoro temporanei e a bassa retribuzione a un’opinione pubblica non tutelata  da alcun tipo di contratto sociale a causa della scomparsa della nostra base imponibile.

Le elite britanniche queste cose le sanno, e mi riferisco alla maggior parte dei leader dei nostri partiti politici, Tory inclusi, ai direttori delle nostre aziende di maggior successo, ai capi dei sindacati dei lavoratori, ai docenti universitari e ad alcuni intellettuali. Eppure tutti costoro per lo più se ne stanno zitti, soggiogati e intimiditi dall’enorme forza mediatica degli euroscettici, e scoraggiati dalla crisi della valuta unica.

Ma l’Ue sta mettendo in atto i meccanismi studiati per la sopravvivenza dell’euro, e sta addirittura facendo progressi, con il patto per la  stabilità  e la crescita, con il patto per i bailout, l’unione bancaria, un più serrato coordinamento fiscale e una maggiore collaborazione politica. L’Ue, l’euro e la valuta comune tra dieci anni saranno ancora qui, e saranno gli strumenti dei quali si è dotato il nostro continente per coordinare la globalizzazione e affrontare le sfide del XXI secolo. Abbiamo la possibilità  di restare ai margini di tutto ciò o di essere parte attiva di uno dei più grandi progetti della nostra epoca. Chi crede nell’Europa deve assolutamente farsi sentire. E farlo immediatamente.

Traduzione di Anna Bissanti


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