Europa e Usa a Netanyahu: «Ferma i nuovi insediamenti»

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GERUSALEMME. Non c’è rottura, ma la differenza è ampia su di un punto di eccezionale gravità : la colonizzazione. Di sicuro è il momento più difficile tra Europa e Israele da molti anni a questa parte. Una crisi deflagrata la scorsa settimana con il voto di gran parte dell’Ue (persino dell’Italia) a favore dell’adesione all’Onu della Palestina come Stato-osservatore. E aggravata dalla decisione di Netanyahu di far costruire 3mila case per coloni israeliani nella zona E 1, tra Gerusalemme e l’insediamento di Maale Adumim con l’intento di spaccare in due la Cisgiordania.
Il segnale più indicativo del contrasto non è tanto decisione di Francia, Svezia, Danimarca, Spagna e Gran Bretagna di convocare gli ambasciatori israeliani nelle loro capitali per esprimere disappunto per le decisioni prese da Netanyahu e il suo governo di ultradestra. Quanto la richiesta di non realizzare le 3mila case formulata ieri dalla Casa bianca per bocca del portavoce Jay Carney che ha invitato Israele a «riconsiderare questa decisione unilaterale e controproducente che allontana i negoziati diretti»; e soprattutto la richiesta giunta direttamente anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Non parliamo di Francia, dalla politica mediorientale ballerina, o dell’ambigua Gran Bretagna. Ma della Germania, il paese che porta sulle spalle la responsabilità  dello sterminio nazista del popolo ebraico e che da quel punto fermo della storia formula la sua politica estera in Medio Oriente da oltre 60 anni. Parliamo della superpotenza economica d’Europa che vende (quasi regala) a Israele i sommergibili classe Dolphin capaci di lanciare missili con testate nucleari. «Israele danneggia la fiducia nella sua volontà  di negoziare nel processo di pace in Medio Oriente…è sempre più piccolo lo spazio lasciato per la creazione dello Stato palestinese», ha detto il portavoce del governo Steffen Seibert. Parole che pesano molto più dell’insoddisfazione espressa ieri dal presidente francese Hollande nella conferenza stampa con Monti a Lione. Non si arriverà  a sanzioni Ue contro Israele, come vorrebbe l’Anp di Abu Mazen alla quale il governo Netanyahu non trasferirà  92 milioni di Euro di tasse e dazi dovuti ai palestinesi. L’Europa pare però intenzionata a farsi sentire. «L’Ue vuole una soluzione e crede che il passo fatto da Mahmoud Abbas (Abu Mazen) all’Onu possa rompere la paralisi in cui siamo da anni», ci spiegava ieri un funzionario europeo a Gerusalemme. «L’Europa finanzia (l’Anp) e tace dalla firma di Oslo (1993), ora vuole una svolta e sa che Netanyahu è impegnato ad impedirla», ha aggiunto.
Non fa marcia indietro il governo israeliano. «Israele continuerà  ad assicurare i suoi vitali interessi anche di fronte alle pressioni internazionali. La decisione è mantenuta», ha detto una fonte dell’ufficio di Netanyahu, citata dal sito Ynetnews. Non siamo al braccio di ferro ma la crisi è aperta. Intanto le opposizioni israeliane provano, anche a scopo elettorale, a mettere in difficoltà  il premier accusandolo di spingere il paese verso l’isolamento. Netanyahu «isola Israele e incoraggia le pressioni internazionali», protestava ieri l’ex ministro degli esteri Tzipi Livni. «In un mese di pericolose mosse diplomatiche e militari – denuncia Livni,candidata alle prossime elezioni israeliane con un proprio partito centrista – Netanyahu ha consolidato lo stato di Hamas a Gaza, ha fatto nascere uno Stato palestinese all’Onu e ora, con la sua risposta, rende Israele colpevole agli occhi del mondo». Ma dalla sua Netanyahu ha l’opinione pubblica. Stravincerà  le elezioni e dopo il 22 gennaio, con ogni probabilità , formerà  con l’alleato ultranazionalista Avigdor Lieberman il governo più di destra della storia d’Israele.


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