Lo scoglio Cipro fra Putin e la Ue

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BRUXELLES – «Dienghi iest», «i quattrini ci sono». Ha il sorriso che avrebbe un gatto soriano, Vladimir Putin, mentre consegna questa verità  a José Manuel Barroso e a Herman Van Rompuy, i leader dell’Unione Europea. «I quattrini ci sono», per salvare Cipro, ma sono a Mosca. Il piccolo Stato membro della Ue e dell’eurozona chiede infatti a Bruxelles 11,5 miliardi per tirare le sue banche fuori dal pozzo: ma sono il doppio, 21 miliardi, i soldi che i russi hanno già  stivato in quelle stesse banche (anzi: viene dalla Russia un euro su due dei depositi, secondo gli ultimi calcoli) e 2,5 sono i miliardi già  prestati da Putin al compagno Dimitris Christofias (primo presidente d’Europa ufficialmente comunista); e sono infine 5 i miliardi di un secondo prestito in arrivo dalla piazza Rossa.
Se volessimo potremmo farlo, dice dunque il gatto soriano. Ma subito dopo butta lì: «La Russia non vuole interferire… tocca all’Europa intervenire per un suo Stato membro». Intanto, il governo cipriota ha aperto un’indagine sulla presenza della mafia russa sull’isola. Putin, alla fine, non esclude che Mosca «possa dare un suo contribuito» al salvataggio Ue. Su queste parole sibilline, e sul seno nudo di 4 ragazze che protestano in topless per le violazioni dei diritti umani all’ombra del Cremlino, si chiude il trentesimo vertice Ue-Russia. Si sapeva bene che sarebbe stato pieno di spine, e di contrasti. Ma non un muro contro muro, quale in effetti è risultato. Anche se, come al solito, alla fine si è parlato di «franchezza» e «di spirito costruttivo». Si è duellato su tutto, o quasi: dai nodi della sicurezza energetica, all’esportazione dei porcelli vivi. Nel nuovo anno, si ricomincerà  a trattare. Ma restano da superare dei veri burroni negoziali.
Energia, cioè le nuove norme Ue (il cosiddetto «terzo pacchetto») che chiedono la separazione fra la proprietà  dei gasdotti e la gestione-distribuzione del gas naturale, in modo da garantire meglio la sicurezza energetica delle forniture: «norme inaccettabili», ha detto Putin alla fine dei colloqui ribadendo la ben nota posizione di Gazprom contro le indagini dell’Antitrust europeo, anzi «norme incivili». Parole testuali del presidente: «Crediamo che l’applicazione di nuove regole a contratti firmati prima della loro entrata in vigore sia inaccettabile: speriamo di raggiungere un’intesa»; e risposta al volo di Barroso, il presidente della Commissione Europea: la Ue ha sempre rispettato tutte le regole.
Poi, l’altro groviglio di spine, la questione della reciprocità  nella concessione dei visti. La Russia chiede una liberalizzazione totale, la Ue per ora frena. Per dirla con Putin: «Ho una lunga lista di Paesi che non hanno obblighi di visti con la Ue: Venezuela, Honduras, Mauritius… nazioni lontane mille miglia da qui». Non è ancora giunta l’ora, ha replicato Barroso.
Il tema più delicato era ovviamente quello dei diritti umani. Van Rompuy, presidente del Consiglio Ue, ha evocato le preoccupazioni legate «alle libertà  di attività  della società  civile» in Russia, e ha toccato anche il nodo della «lista Magnitsky», dal nome di un giallo con omicidio imperniato proprio dalle parti di Cipro: e cioè le sanzioni previste dagli Usa contro i funzionari di Mosca che vìolino i diritti umani, e la risposta della Duma, il Parlamento russo, che ha vietato ai cittadini americani di adottare orfani russi.
Saluto o auspicio conclusivo: «Troveremo un’intesa, le nostre economie sono strettamente legate».


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