Il salario minimo divide Pd e Cgil

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ROMA. La campagna elettorale comincia a riservare sorprese non da poco (a parte i siparietti berlusconiani, ovviamente), e in particolare una miccia è stata accesa dal presidente dell’Eurogruppo Juncker, che due giorni fa aveva parlato di un salario minimo per l’Europa. L’idea divide un fronte finora apparso abbastanza compatto, ovvero la Cgil dal Pd. E, più precisamente, due personaggi tradizionalmente vicini (ricordare l’endorsement a seggi ancora aperti delle primarie): Susanna Camusso e Pierluigi Bersani.

Il segretario del Pd ieri ha aperto alla possibilità  di un salario minimo imposto per legge, mentre la segretaria della Cgil – seguendo una tradizione più contrattualista del sindacato – ha chiuso le porte. E non è cosa da poco, visto che in futuro, se dovessero salire al governo quelli del Pd e di Sel (non si sa bene se con Monti o meno), il tema potrebbe (e diremmo anche, dovrebbe) finire in qualche modo nell’agenda politica.
«Molto opportuno», ha definito Bersani l’intervento di Juncker a favore del salario minimo. Per non urtare però troppo la Cgil – e neanche la Cisl, che già  due giorni fa si era detta contraria – il segretario del Pd ha detto che è d’accordo che per i lavori non coperti da una contrattazione collettiva si debba prevedere un salario minimo. «In questo senso – ha detto – interpreto l’intervento di Junker che ha affrontato il tema dell’occupazione in modo molto secco e secondo me molto opportuno».
«Come è noto, noi pensiamo che il contratto nazionale sia uno strumento insostituibile – ha invece spiegato Susanna Camusso – Penso che la proposta sia assolutamente coerente con un’ipotesi che c’è dentro la Commissione europea, e che noi non condividiamo, che è quella di non avere i contratti nazionali ma al massimo la contrattazione di secondo livello».
Quindi la chiusura è piuttosto netta da parte della Cgil, nè si fa accenno – almeno per il momento – alla possibilità  di stabilire un salario minimo almeno per i precari e tutti quelli che sono più in generale fuori dalla contrattazione collettiva. Piuttosto, la Cgil, ha sempre tentato al contrario di far riportare anche tutti gli «esclusi» al contratto nazionale, prendendolo almeno come riferimento.
Dunque, centralità  al contratto: i sindacati la difendono a spada tratta. Ieri sul tema comunque è ritornato anche Carlo Dell’Aringa, economista entrato nelle file dei candidati del Pd. Aprendo anche lui alla possibilità  del salario minimo, ma solo per i precari. «L’idea di un salario minimo dal punto di vista analitico è giusta – dice – ma noi non ne abbiamo bisogno, perché il sistema dei contratti collettivi è già  sufficientemente garante e flessibile. L’economista aggiunge che «il problema al limite può riguardare solo i precari: andrebbero tutelati da un livello minimo di retribuzioni, e almeno in parte la riforma Fornero dà  risposte prevedendo il rinvio a retribuzioni molto simili a quelle dei contratti collettivi».
Più vicino alle posizioni della Cgil, evidentemente, l’ex segretario del sindacato, Guglielmo Epifani, anche lui oggi candidato per il Pd: «Quella di Juncker è una denuncia giusta, visti i dati della disoccupazione, ma è anche paradossale – dice – perché l’Europa di Juncker è quella che per due anni ha fatto politiche cieche di rigore che hanno portato a questa situazione». «Il salario minimo – prosegue Epifani – riguarda come coordinare le politiche salariali in Europa ed è una cosa diversa dalla creazione di posti di lavoro, per cui servirebbero politiche più espansive, di investimento. Sul salario minimo c’è una discussione aperta a livello europeo, anche nel sindacato. In Italia non abbiamo un salario minimo ma un minimo contrattuale che è meglio perché tiene conto delle differenze di settore. La cosa che andrebbe resa agibile è l’erga omnes dei contratti».
Sul tema è intervenuto ieri anche Maurizio Sacconi, Pdl, ex ministro del Lavoro: «Juncker chiede uno “zoccolo di diritti sociali comuni” e ha ragione – spiega – ma da noi il salario minimo esiste già , con il contratto nazionale. Per contrastare la disoccupazione, occorre correggere profondamente la legge Fornero e tornare alla Biagi: uno Statuto dei lavori, l’apprendistato nella versione semplice, usare la leva fiscale e favorire la contrattazione aziendale sulla base dell’articolo 8 della manovra 2011».


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