Dopo le carote Obama prova con il bastone

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Queste valutazioni troppo generose sono state il noto detonatore della crisi finanziaria nel 2007, quando scoppiò negli Usa la bolla dei titoli basati sui mutui subprime concessi a debitori senza garanzie. Nella causa civile intentata da tempo dal governo contro S&P – che insieme a Fitch e Moody’s continuano a detenere il monopolio del rating dei titoli finanziari sui mercati mondiali – il governo ha acquisito prove che metterebbero con le spalle al muro i valutatori di New York. Sin dal 2004 questi si sarebbero rifiutati di rivedere i propri criteri di calcolo del rischio per continuare ad incassare ben 750.000 dollari per ogni titolo analizzato. In totale, S&P ha dato un buon voto a più di 4.000 miliardi di dollari di titoli, e le conseguenze sono ormai ben note.
Viene da chiedersi perché Obama, dopo quattro anni di dibattito negli Stati Uniti sulla regolamentazione del sistema finanziario, alza il tiro proprio adesso, si direbbe quando tutti i buoi sono ormai usciti dal recinto. Di cause legali contro le banche di investimento ce ne sono state tante e quasi tutte si sono chiuse con un patteggiamento o sanzioni comminate dal governo americano in tempi brevi. Ammontare elevati – come nel recente scandalo Libor – che però non hanno intaccato più di tanto i profitti dei principali giocatori del mercato, imperturbabili nel continuare le loro speculazioni fino ad oggi. La causa mossa contro S&P, dopo un patteggiamento fallito, promette invece di diventare simbolica e politica.
Il presidente sa bene, infatti, che nel primo mandato ha ottenuto ben poco dalla finanza, visto che tutte le procedure attuative della legge Dodd-Frank di riforma del sistema finanziario sono state sapientemente bloccate o annacquate dalle lobby di Wall Street. La separazione tra banche commerciali e di investimento, il cosiddetto lodo Volcker, inoltre non passa al Congresso e tutti gli attori finanziari facilmente aggirano i tenui vincoli posti dalla Casa Bianca al trading proprietario da parte delle banche. Proprio poco prima delle elezioni di novembre è stata una sentenza di una corte federale ha suggellare la vittoria delle lobby, bloccando l’attuazione della nuova regolamentazione sui derivati collegati alle commodity, tra cui quelle agricole. Timothy Geithner, espressione di Wall Street, non siede più al Tesoro e il nuovo segretario Jack Lew – anch’esso contiguo con la finanza – va messo alla prova, proprio quando tutti gli analisti iniziano a discutere dello scoppio della prossima bolla. Probabilmente toccherà  alle obbligazioni emesse a man bassa dalle società  americane e comprate dai mercati gonfiati dall’enorme liquidità  concessa a interessi irrisori dalla Federal Reserve, rilanciando così la borsa. Il circo delle cartolarizzazioni – ossia la vendita dei prestiti sui mercati secondari – sta iniziando di nuovo, a partire dai mutui concessi sui fabbricati per uso commerciale.
Di fronte alla ritrovata sicurezza di Wall Street e al fuoco incrociato dei repubblicani sul fronte fiscale, Obama tatticamente per un giorno ha scelto il bastone, e non la usuale carota quando si tratta di Wall Street. Di fronte a un’economia che non decolla e al rischio di nuove turbolenze sui mercati, il presidente cerca appigli per far pagare a qualcuno le sue difficoltà . Ma il circo della finanza globale non guarda in faccia a nessuno. Parafrasando il famoso motto di Clinton del 1992, It’s the finance, stupid!


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