La destra semina il panico

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Aggressioni, violenze, intimidazioni, 7 morti e 71 feriti denunciati nel Tachira, nel Miranda, alla Limonera. Gruppi di destra armati e mascherati seminano il panico in Venezuela.
All’origine dei disordini, l’appello alla piazza di Henrique Capriles Radonski, il candidato di opposizione sconfitto da Nicolas Maduro alle presidenziali di domenica scorsa. Una sconfitta di misura, che ha attribuito 7.563.747 preferenze al candidato chavista e 7.298.491 al rappresentante della destra. La Mesa de la Unidad Democratica (Mud) non ha accettato i risultati, ha misconosciuto l’autorità  del Consiglio nazionale elettorale (Cne) e ha chiesto un nuovo conteggio dei voti, uno per uno. Gli oltre 3.000 osservatori internazionali presenti e i 170 “accompagnanti”, hanno invece attestato l’inattaccabilità  del sistema elettronico utilizzato. Anche uno dei rettori principali del Cne, Vincente Diaz, di opposizione, ha confermato la regolarità  del voto.
I risultati fotografano problemi politici, non tecnici. Quando ha perso, seppure per un pugno di voti come nel referendum del 2007, il chavismo lo ha riconosciuto. Nelle regionali del 16 dicembre scorso, Radonski è diventato governatore dello stato Miranda con un margine di appena 30.000 voti sul ministro degli esteri Elias Jaua, il quale ha riconosciuto i risultati. Adesso, invece, Capriles ha scatenato i suoi.
Negli stati del Tachira e del Zulia, gruppi armati hanno incendiato le sedi del Partito socialista unito del Venezuela, minacciato i militanti, distrutto le reti alimentari, bruciato i quadri di Chà¡vez e Bolivar: «Come nella hitleriana Notte dei cristalli, e i grandi media privati tacciono», ha commentato Jaua. Molte radio comunitarie denunciano aggressioni. Le reti sociali hanno convocato una conferenza stampa per allertare sui «piani di golpe» della destra, basati sul doppio binario del discredito istituzionale e sulle provocazioni di piazza. È andata così nel 2002, durante il colpo di stato contro Chà¡vez, l’11 aprile. Dall’alto dei palazzi, due cecchini hanno sparato allora sui manifestanti di entrambe le fazioni a Puente Llaguno, accusando il chavismo per isolarlo a livello internazionale. La storia è poi venuta fuori, comprovata da materiale video e dal lavoro delle associazioni per i diritti civili. Intanto, il popolo aveva rimesso a posto le cose, riportando al governo il presidente eletto.
Anche ora Capriles si è rivolto ai governi internazionali gridando alla frode. E ha invitato la Forza armata nazionale bolivariana (Fanb) a invalidare i risultati e a disconoscere la legittimità  delle istituzioni, in primo luogo quella del Cne. Tuttavia, gran parte delle rappresentanze diplomatiche del mondo si sono felicitate con il nuovo presidente. Solo il ministro degli esteri spagnolo Garcia-Margallo si è espresso a favore di Capriles, suscitando le proteste di Caracas. Il capo del Comando strategico operativo, il generale Wilmer Barrientos ha ribadito che «la Fanb è fedele alla Costituzione».
Il nemico non è il popolo
Lunedì Maduro ha ricevuto l’investitura dalla presidente del Cne, Tibisay Lucena. Giovedì assumerà  l’incarico davanti al Parlamento. «Tutti hanno diritto di manifestare, ma senza violenze», ha dichiarato, e ha invitato gli oppositori presenti a «non cadere nella spirale dell’odio»: perché «il nemico non è il popolo venezuelano, ma l’oligarchia». Intanto, chavisti e opposizione si riversano nelle strade. Nel Lara e a Barinas la polizia ha risposto con lacrimogeni. Il governo moltiplica gli appelli alla calma. Per due ore, militanti della Mud hanno circondato la casa di Lucena, altri si sono recati davanti alle sedi di Telesur e di Venezolana Television, la prima ad essere stata chiusa durante il golpe del 2002. Nei quartieri di Caracas, dove Capriles ha vinto con 8,78 punti su Maduro, si svolgono cazerolazos contro il governo. Medici cubani della Mision Barrio Adentro denunciano aggressioni e vandalismi ai centri medici di quartiere. Un’attitudine che toglie il velo al falso ecumenismo progressista tenuto da Capriles durante la campagna elettorale quando ha promesso ai medici cubani la nazionalità  venezuelana (qualora decidano di abbandonare l’isola).
«Non tollerano che a guidare il paese sia un presidente operaio», ha affermato Maduro. Quegli stessi media internazionali, che ieri chiamavano «scimmia» Chà¡vez, considerandolo caudillo e grossolano, oggi ne esaltano la figura di statista e la cultura: e puntano il dito sulle scivolate dell’ex autista di autobus dimenticando quelle di Capriles, la cui inconsistenza culturale ha sempre fatto arrossire i ben più navigati politici della IV Repubblica, che partecipano alla Mud.
I consulenti lavorano bene
Fatto sta che questa volta i consulenti di immagine di Capriles hanno lavorato bene: consigliandogli di esaltare Chà¡vez per abbassare «Nicolas» al suo livello. L’opposizione ha tenuto alta l’incertezza e la sfiducia durante la malattia del defunto presidente, aiutata dalle titubanze della parte avversa. Con allarmi, rumori e denunce, ha messo in ombra i piani di prevenzione «integrali» proposti dal governo. L’idea di una marcia notturna contro l’insicurezza, riuscita e mediatizzata, ha oscurato il lavoro quotidiano compiuto nei quartieri popolari dalle associazioni territoriali e i risultati ottenuti. Ha fatto dimenticare i disastri esistenti negli stati e nei municipi gestiti dalla Mud, dove il tasso di violenza fa schizzare le statistiche a livello stellare. Moltiplicando gli spot sui corrotti e sui «raccomandati» ha saputo giocare su invidie e rancori presenti negli strati popolari. Enfatizzando i difetti altrui, ha messo la sordina ai propri.
Nelle strade del Venezuela non ci sono bambini denutriti, nelle scuole libri e computer sono gratuiti, nell’ultimo anno sono state distribuite oltre 200.000 case popolari. L’opposizione ha però presentato un quadro apocalittico di crisi, inflazione e scarsità  alimentare, eludendo il proprio ruolo nella faccenda. Rispetto alle ultime regionali, è così risultata maggioritaria in 6 stati (ne aveva persi 20 su 23).
E tuttavia Maduro ha vinto, seppur con margini più vicini a quelli degli Usa o dell’Europa che a quelli ottenuti da Chà¡vez. Adesso, dall’Orinoco a Caracas il popolo appoggia il suo piano in cinque punti basato sul socialismo umanista, la difesa dell’ambiente, la sovranità  alimentare e l’indipendenza. Intanto, il movimento discute: «Com’è possibile che, nonostante tutto quello che il governo ha fatto per gli strati popolari alcuni settori poveri abbiano votato per i loro oppressori?»


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