E l’Iran torna alle urne. Ma è sfida interna fra conservatori

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IL CAIRO — «Lei è un bugiardo e un ignorante!». Gliel’ha detto col sorriso, ma gliel’ha detto. Lunedì, prime time della tv iraniana, un chierico dal severo cipiglio s’accomoda in studio. È l’outsider designato, Hassan Rohani. Ex negoziatore per il nucleare, cinque lingue, ben visto dai riformisti e duro oppositore del presidente uscente Ahmadinejad. Ha fama di cauto diplomatico, poche chance d’inserirsi davvero nella sfida elettorale, la tensione di chi non ha nulla da perdere. E alla fine, quando l’intervistatore gli rinfaccia d’avere un po’ svenduto il Paese, con l’accordo 2003 sulla moratoria atomica, e soprattutto d’avere scavalcato la stessa Guida suprema Ali Khamenei, firmando quella carta, infine Rohani perde le staffe: «Caro signore, sarebbe bene che lei si studiasse un po’ di storia! Io avrei costretto l’Iran a sospendere il nucleare? Tutt’altro: ne ho perfezionato la tecnologia! E ho impedito che l’America, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, attaccasse anche noi, come già  stava progettando!…». Tutti d’accordo, sul nucleare. «Legittima e inevitabile priorità  del Paese»: l’unica cosa che non divide gli otto pretendenti alla presidenza, l’unica però che ne scaldi il dibattito (come uscire dall’embargo internazionale che sta impoverendo l’Iran?), l’unica emozione d’una campagna elettorale che fa di tutto per dimenticare l’onda verde e le contestazioni del 2009. Il verdetto sembra già  scritto, se la vedranno i due conservatori più graditi a Khamenei: il giovane Said Jalili che del nucleare è l’attuale negoziatore, studioso del Corano e mutilato della guerra con l’Iraq, contro Mohammed Baqer Qalibaf, il sindaco di Teheran e nella capitale favoritissimo dai sondaggi, pilota d’aerei che aprì la polizia alle donne. Niente da fare per gli altri, che corrono più che altro per onor di firma. E meno di niente per Esfandiar Rahim Mashai, il consuocero di Ahmadinejad, inviso ai religiosi per il suo «deviazionismo»: il presidente, al secondo e non rinnovabile mandato, l’aveva scelto come delfino d’una possibile staffetta «moscovita» in stile Putin-Medvedev, ma la scorsa settimana il consiglio dei Guardiani l’ha escluso dalle liste assieme all’eterno squalo Rafsanjani, l’ex presidente milionario, e ad altri 676 aspiranti capi di Stato. «Mi rimetto alla parola di Khamenei», era stato l’appello pro Mashai di Ahmadinejad, con tanto di minaccia di rivelazioni scottanti sui rivali che l’osteggiano. S’accomodi pure, gli ha risposto ieri la Guida suprema, promettendo di rimanere neutrale e aggiungendo un pubblico, nemmeno tanto criptico «grazie» a tutti i candidati bocciati dai Guardiani e al loro senso di responsabilità  «nel rispettare la legge», dimostrazione che «il diritto è sopra ogni cosa».
Jalili contro Qalibaf, dunque. Chi vincerà , dicono le previsioni, sarà  l’astensionismo che tenta i 50 milioni d’iraniani chiamati alle urne: non ritrovano nessuno dei protagonisti 2009 (gli ex sfidanti Moussavi e Karroubi sono agli arresti domiciliari), sono invitati al boicottaggio da molti riformisti, soffrono una campagna elettorale blindata e secondo alcuni candidati pesantemente censurata (l’Onu ha protestato per l’esclusione di tutte le candidate donne, ricordando i 40 giornalisti detenuti). C’è un Paese che cova la rabbia del 30% d’inflazione, coi petrodollari ridotti a carta straccia dalle sanzioni. Sarà  l’economia a pezzi, conseguenza del nucleare, il tema dei prossimi round: Jalili promette una finanziaria di resistenza, Qalibaf la stabilità  economica entro due anni. Domani sera, confronto tv fra gli otto candidati: la Guida suprema ha invitato tutti a non calunniarsi, per un pugno di voti. O almeno a dirsele col sorriso, come Rohani.
Francesco Battistini


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