Dopo le rivelazioni di Snowden, imprese «non americane» in fuga

Il Datagate non è più da prima pagina, ma le notizie continuano a filtrare, illuminando il quadro dell’attualità internazionale. Negli Stati uniti, grandi compagnie della rete come Google, Yahoo, Facebook o Microsoft hanno chiesto al Fisa, il tribunale incaricato di controllare le operazioni di intelligence, il permesso di rivelare che tipo di richieste abbiano ricevuto per dover fornire alla Cia informazioni sui loro utenti. In un documento di 33 pagine, datato 30 settembre, il ministero della Giustizia Usa ha raccomandato però alla Fisa di non accogliere le istanze: il governo – ha sostenuto – ha già preso delle misure per una maggior trasparenza, rendendo pubblica una certa quantità di informazioni. Altre, però, devono rimanere secretate, perché «rivelare dati Fisa società per società arrecherebbe grave danno alla sicurezza nazionale». «Non dobbiamo fornire ai nostri avversari una mappa dell’esistenza o dell’estensione della sorveglianza del governo relativa a una determinata piattaforma di comunicazioni», ha spiegato il ministero.
Attraverso i dati forniti dalla rete, la National Security Agency (Nsa) ha invece costruito una sua mappa delle relazioni sociali intrattenute da persone sorvegliate illegalmente, dentro e fuori dagli Usa. Lo ha rivelato il New York Times. Le informazioni provengono sempre dai file sottratti alla Nsa dall’ex consulente Cia Edward Snowden. La talpa del Datagate ha messo in luce l’ampiezza del Prism, un programma segreto di intercettazioni illegali che controllava milioni di comunicazioni telefoniche e via internet a livello mondiale. Snowden ha anche dimostrato che la Nsa poteva decodificare i sistemi di sicurezza informatici più sofisticati delle aziende e dei governi. Di più, le imprese Usa avrebbero fornito dati personali e chiavi d’accesso dei loro utenti. E così, non solo i funzionari hanno potuto spiare le loro mogli (altre rivelazioni collaterali del Datagate), non solo ignari cittadini hanno messo i propri fatti privati a disposizione dell’intelligence, ma hanno subito gravi intrusioni illegali diplomazie, governi e aziende: nemici, ma anche amici degli Usa, come gli stati dell’Unione europea.
Durante un’udienza al Senato, il generale Keith Alexander, direttore della Nsa, ha ammesso che l’Agenzia si è servita dei social network per «arricchire» le sue conoscenze su persone considerate sospette, ma unicamente in caso di stranieri e non di americani. Sia Alexander che il direttore dell’intelligence, James Clapper, hanno peraltro continuato a difendere l’utilità dei programmi di spionaggio nella “lotta al terrorismo”. Un argomento che sarà di grande intralcio alla proposta di legge, presentata sia da Democratici che da Repubblicani, che vorrebbe istituire uno speciale organismo di controllo all’interno della Fisa. E comunque, in questo campo, negli Usa come ovunque nel mondo, la storia ripropone la domanda: Quis custodiet custodes?
Intanto, secondo la rivista Forbes, la compagnia fornitrice di software Palantir, che lavorava per la Cia, il mese scorso ha aumentato le proprie entrate di 200 milioni di dollari, in base a committenze di agenzie segrete. Tuttavia, secondo il think tank ITIF (Fondation Information Technology & Innovation) l’industria Usa del «cloud computing» internazionale potrebbe perdere fino a 35 miliardi di dollari nei prossimi tre anni a causa del Datagate. A luglio, dopo le rivelazioni di Snowden, l’associazione mondiale Cloud Security Alliance, a cui aderiscono le principali aziende del settore, ha effettuato un’indagine presso 207 imprese partecipanti «non americane»: il 56% si è dichiarato «meno incline» a usare i servizi Usa, e il 10% ha persino annullato progetti di contratto. Per quanto riguarda poi l’America latina, il conflitto scoppiato tra Brasile e Usa dopo lo spionaggio industriale alla principale azienda petrolifera statale Petrobras e quello della presidente Rousseff ha ulteriormente favorito l’avanzata della Cina nelle relazioni commerciali del continente sudamericano.


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