Il patto Mediobanca scende al 30,05%

MILANO — Il patto di sindacato di Mediobanca resta in piedi ma nettamente ridimensionato: dal precedente 42% è sceso al 30,05%. La mossa a sorpresa è arrivata nella tarda serata di lunedì dalle assicurazioni francesi Groupama, titolari di un 4,93% di azioni di piazzetta Cuccia, che hanno fatto pervenire la disdetta all’accordo. Con una precisazione: «Fiduciosa nella strategia di Mediobanca e nel potenziale di crescita del titolo – riporta una nota – Groupama indica che non ha alcuna intenzione di vendere questa partecipazione». Le altre uscite di Generali (2%) e Fonsai (3,83%) erano state in qualche modo preannunciate mentre un ruolo chiave l’ha giocato la famiglia Pesenti. L’Italmobiliare ha deciso di ridurre la sua presenza nel patto all’1,6% (liberando così l’1,05%) e così facendo ha evitato la discesa del sindacato sotto il 30%, fatto che ne avrebbe comportato lo scioglimento.
Un patto di sindacato Mediobanca più snello significa più flottante sul mercato e dunque più contendibilità della banca, fattori che dovrebbero far bene all’andamento del titolo in Borsa. Ed è coerente con la nuova strategia del management, annunciata dall’ad Alberto Nagel l’estate scorsa, di una progressiva uscita della stessa Mediobanca da tutti i patti di sindacato e da tutte le partecipazioni in cui era presente, ad eccezione di Generali. Tra scioglimenti degli intrecci a valle e patto più leggero a monte la galassia intorno a Mediobanca costruita nel tempo da Enrico Cuccia va progressivamente dissolvendosi.
Qualche ulteriore novità dovrebbe poi arrivare dal fronte francese. Vincent Bollorè – che ieri ha annunciato di lasciare la vicepresidenza e il consiglio di Generali per i suoi maggiori impegni in Vivendi – vorrebbe mantenere la quota complessiva dell’11% (Gruppo C) nella merchant bank milanese cercando un sostituto di Groupama. «Bollorè ha anche intenzione di chiedere agli altri pattisti di poter incrementare la propria quota dal 6 all’8% in Mediobanca », dice Tarak Ben Ammar, presente nel cda di piazzetta Cuccia in quota francese. Dunque entro dicembre potrebbe succedere che i soci di Mediobanca concedano a Bollorè di salire all’8% facendo ritornare il totale delle azioni sindacate al 32%. Poi si vedrà se un altro socio estero rileverà una parte delle azioni di Groupama, se quest’ultima deciderà di vendere. Molto dipenderà anche dalla quotazione che raggiungerà il titolo nelle prossime settimane e mesi. E con questi movimenti in corso i pesi dei vari gruppi all’interno del patto Mediobanca potrebbero anche variare ulteriormente. Nel gruppo A, quello delle banche, sono rimaste inalterate le quote di Unicredit (8,66%) e Mediolanum (3,38%). Il gruppo B dei privati ruota invece intorno a quattro figure
di riferimento, vale a dire Benetton (2,16%), Pirelli (1,83%), Italmobiliare (1,57%) e Fininvest (1%). L’assestamento dei francesi all’8% o all’11% dovrebbe poi garantire quel contrappeso che da un decennio circa rappresenta un equilibrio stabile per la principale merchant bank italiana che comunque, anche in futuro, rappresenterà la principale porta di ingresso al controllo di Generali.


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Cuccia era uno di quegli uomini, ma insieme a lui e prima di lui ce n’erano altri, tutti molto speciali: Raffaele Mattioli, Adolfo Tino, Ezio Vanoni, Bruno Visentini, Ugo La Malfa, Pasquale Saraceno. E la Banca d’Italia di Donato Menichella e poi, dal 1960, di Guido Carli. Questa era la struttura di quel sistema e di quell’intreccio tra finanza e politica: la rete di sostegno che proteggeva l’economia reale, la finanziava e la regolava.

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