Una leadership «americana» per la svolta di Xi Jinping

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PECHINO — Gli economisti occidentali (e anche cinesi) si stanno ancora chiedendo come sarà l’era nuova del mercato annunciata dal Terzo Plenum del Comitato centrale comunista. Ma su un fatto c’è consenso: dalla riunione è uscito un leader con una concentrazione di poteri che neanche Deng Xiaoping ha mai avuto. Il segno più importante di questa svolta è la costituzione del Comitato per la sicurezza statale, un organismo che potrebbe ridimensionare il principio di gestione collettiva.
Non è un caso che nel comunicato del Plenum il nuovo comitato sia stato nominato con gli stessi caratteri cinesi usati per identificare il National Security Council della Casa Bianca. Erano anni, ricordano ora gli americani, che negli incontri ad alto livello con funzionari cinesi si sentivano fare domande dettagliate sul funzionamento del loro Consiglio per la sicurezza nazionale, costituito dopo la Seconda guerra mondiale dal presidente Harry Truman: una squadra di superconsiglieri di sicurezza interna e politica estera chiamati a coordinare le attività delle agenzie governative di Washington.
Il National Security Council aveva destato l’interesse dei due predecessori di Xi, Jiang Zemin e Hu Jintao. I cinesi hanno un grande senso della storia: nella loro mente è rimasto impresso il ruolo di Henry Kissinger, che all’inizio degli anni Settanta venne a Pechino per negoziare in segreto con Mao e Zhou Enlai il grande disgelo. Kissinger era il Consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon e riferiva direttamente al suo presidente.
Ma Jiang e Hu non avevano avuto la forza di replicarlo a Pechino: troppo forti le resistenze dei militari e dell’apparato politico.
Ora Xi è riuscito a imporre, al termine del primo dei suoi dieci anni da leader, questo strumento che gli garantisce potenzialmente il controllo integrato su esercito, sicurezza interna (e servizi segreti) e politica estera, proprio come Obama. Il Plenum ha varato anche un «gruppo leader centrale» per l’attuazione delle riforme economico-sociali, nascoste ancora in frasi da interpretare e riempire di significato concreto. Il nuovo timoniere cinese pensa così di aggirare burocrazia e resistenze ai suoi piani.
«Un segnale di grande forza, con questa mossa Xi dimostra di controllare tutte le leve del potere», dice Christopher Johnson, ex analista della Cia e ora esperto di Cina al Center for Strategic and International Studies di Washington. Ne sono convinti anche i commentatori di Pechino. Qu Xing, direttore del China Institute of International Studies, dice che «abbiamo bisogno di un livello più alto di autorità per rispondere alle nuove minacce all’interno e dall’estero». Il paragone con il National Security Council della Casa Bianca convince anche Li Je, esperto di questioni militari a Pechino, che sottolinea come nel nuovo Comitato di Zhongnanhai (la cittadella del potere accanto alla Città Proibita dove lavorano i massimi leader comunisti) oltre a militari, uomini dei servizi e diplomatici, saranno presenti anche economisti. Ci vorranno mesi per rendere operativo il Comitato al servizio del presidente Xi, ha detto al New York Times il professore dell’università Renmin Shi Yinhong, avvertendo che il Politburo non ha intenzione di uscire di scena. Ma Xi ora ha due centri di comando in più.
Se queste analisi sono giuste, il Terzo Plenum del Comitato centrale ha dato alla Cina un leader un po’ più «all’americana». D’altra parte, dai famosi e famigerati files di Wikileaks abbiamo appreso che Xi Jinping è un patito di film hollywoodiani.
Guido Santevecchi


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