Le scuse degli Usa allo «sleale» alleato

KABUL. Nello scontro diplomatico sull’Accordo bilaterale di sicurezza con gli Stati uniti, dal quale dipende la presenza militare americana in Afghanistan dopo il 2014, Hamid Karzai incassa un punto a suo favore. Giovedì sera il presidente afghano ha infatti ricevuto le scuse personali del capo delle truppe americane e Nato in Afghanistan, il generale Joseph Dunford, per il raid della Nato che alcuni giorni fa ha causato la morte di un bambino e il ferimento di due donne, nella provincia meridionale dell’Helmand. Karzai aveva rilasciato una dichiarazione molto dura, sostenendo che quell’attacco «rivela che le forze americane non hanno rispetto per le vite afghane», tornando poi a minacciare di non firmare l’Accordo con gli Usa, se non soddisfano le condizioni da lui poste a conclusione dei 4 giorni della Loya Jirga.
Domenica scorsa i circa 2.500 delegati della Loya Jirga hanno avallato la firma dell’Accordo che prevede la permanenza dei soldati a stelle e strisce fino al 2024 e l’uso di almeno 9 basi militari (in modo esclusivo quella di Bagram), in cambio di un generico dovere di protezione nel caso di aggressione e dell’impegno a cercare i soldi necessari per le forze di sicurezza locali (almeno 4 miliardi di dollari l’anno secondo le stime). Karzai avrebbe potuto incassare il sì, spedire il testo al Parlamento e poi firmarlo. A sorpresa, ha invece chiesto nuove garanzie: la fine immediata di ogni attività militare che preveda l’ingresso dei soldati americani nelle case degli afghani; la garanzia che gli Stati uniti non interferiscano nelle elezioni presidenziali del 5 aprile 2014 e che si impegnino a rilanciare il processo di pace. Da domenica, quando ha spiegato ai delegati della Loya Jirga le ragioni del suo no – ribadite anche il 25 novembre nell’incontro con Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale del presidente Obama – Karzai ha subito un fuoco di fila incrociato.
In casa, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, tra i candidati alle presidenziali del 2014 e suo principale sfidante in quelle precedenti, ha parlato di lui come «di un uomo imprevedibile e irresponsabile»; l’87enne Sibghatullah Mujaddedi, a capo della Loya Jirga, lo ha accusato di mettere a rischio il futuro del paese, prima di partire per la Turchia per protesta (tornerà solo quando l’Accordo sarà firmato, dice). Dagli Stati uniti, sono invece arrivati i colpi dell’establishment e le minacce di «opzione zero»: il ritiro totale dei soldati americani e della Nato (e dei soldi che ne conseguono, anche quelli per le attività civili stanziati alla conferenza di Tokyo, ha minacciato Susan Rice). In un editoriale uscito il 23 novembre sul New York Times, «l’atteggiamento sleale di Karzai» viene presentato come una delle ragioni «per cui si è tentati di pensare… che l’America dovrebbe lavarsi le mani dell’Afghanistan».
È di giovedì invece l’articolo, sempre sul NYT, di John Allen e Michael E. O’Hanlon (il primo è stato il comandante delle forze straniere in Afghanistan, il secondo è un senior fellow alla Brookings Institution, già membro della External Advisory Board della Cia sotto la direzione del generale Petraeus, ma il NYT dimentica di dirlo). Per gli autori dell’articolo, la decisione di posticipare la firma dell’Accordo è un «insulto», dovuta all’«irritabilità e all’ingratitudine» di un uomo «imprevedibile», che non merita l’attenzione che gli viene riservata.
Le scuse del generale Joseph Dunford per il raid nella provincia dell’Helmand dimostrano il contrario. Non solo Karzai rimane l’uomo con cui fare i conti (specie in un sistema fortemente centralizzato come quello afghano), ma rimane anche da chiarire cosa intende fare l’amministrazione Obama per evitare altre vittime civili. Karzai su questo vuole maggiori garanzie. Ma tira la corda soprattutto perché è sicuro che gli americani vogliano restare in Afghanistan a tutti i costi. Lo ha spiegato in un’intervista del marzo scorso per Bbc/Rta (ricordata in un post di due giorni fa da Kate Clark dell’Afghanistan Analysts Network): «Gli americani sono venuti e non se ne andranno, chiedetegli pure ciò che volete». Tra le sue richieste, c’è quella di rilanciare il processo di pace. In una recente intervista per la tv afghana Tolo, Susan Rice ha detto che gli Usa «non hanno la bacchetta magica».
Ma Karzai è convinto che la chiave del negoziato sia nelle mani degli americani e dei pakistani. Oggi arriva a Kabul il premier pakistano Muhammad Nawaz Sharif (prima visita in Afghanistan dopo la sua elezione nel maggio scorso), proprio per parlare del negoziato con i Talebani e incontrare i rappresentanti dell’Alto consiglio di pace, l’organo che dovrebbe favorire i colloqui di pace. Karzai lo incontrerà sperando di mettere a frutto il capitale politico guadagnato con l’ostruzionismo alla firma dell’Accordo con gli americani. E sapendo che sta giocando la sua ultima, difficile partita.


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