Caso emendamenti, tutti contro tutti

ROMA — Il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto Milleproroghe. Decreto ormai depurato da quella valanga di interventi a pioggia e clientelari che hanno portato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, prima a imporre il ritiro del provvedimento, poi a scrivere una lettera al premier Enrico Letta , e ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Piero Grasso, per chiedere il «massimo rigore» nel decidere l’ammissibilità degli emendamenti ai decreti.
Così mentre le opposizioni, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega, partono all’attacco, qualcosa si muove. E mentre la Boldrini annuncia nuove norme sui lavori in aula, Grasso convoca i capigruppo del Senato e sulla base della lettera di Napolitano, invita tutti a maggior rigore, «in particolare il governo», altrimenti, dice, in futuro, escluderà ogni emendamento aggiuntivo.
Il presidente del Senato parte dal richiamo del capo dello Stato, e, riferiscono i presenti, «nel condividere tali considerazioni» preannuncia l’invio di una lettera ai presidenti delle Commissioni «affinché tali criteri siano rigorosamente rispettati fin dalla fase dell’esame in sede referente». «Diversamente — avverte — , la Presidenza non esiterà a dichiarare improponibili, per estraneità alla materia, emendamenti di qualunque provenienza, anche se presentati dai relatori o dal Governo o già approvati dalla Commissione, con pareri favorevoli dei relatori e del Governo».
Grasso non ci sta a passare come il «colpevole» dell’assalto alla diligenza dei giorni scorsi e ricorda ai capigruppo che «rispetto ai 316 emendamenti presentati la commissione ne ha approvati 49 di iniziativa di tutti i Gruppi, nessuno escluso, con il parere favorevole della relatrice e del governo, nonché un emendamento dello stesso governo in materia di assegnazione alle università di fondi per il progetto di ricerca “Super B factory”. Nessun emendamento, in quella sede, è stato dichiarato estraneo». E continua: in Assemblea sono stati approvati altri 5 emendamenti, ma «tutti già considerati ammissibili dalla Commissione». «La Presidenza — sottolinea — non ha mancato di esercitare i suoi poteri di vigilanza nel pronunciare l’improponibilità di un emendamento ritirato in commissione e ripresentato in Aula di natura chiaramente ordinamentale, tendente a modificare la disciplina sull’Opa, firmato da diversi capigruppo, vice presidenti del Senato e presidenti di commissione». Una chiara accusa al governo e ai partiti: «Uno stringente obiettivo di rigore — dice — si può raggiungere solo con la collaborazione di tutti i soggetti istituzionali e politici coinvolti in particolare il governo».
Grasso fa anche notare che il cosiddetto salva Roma nasceva come «decreto su misure finanziarie urgenti in favore di regioni ed enti locali ed interventi localizzati nel territorio» difficilmente riconducibile ad unità di contenuto». Ricorda poi, polemicamente, ai capigruppo come l’attività delle Camere «sia prevalentemente, se non esclusivamente, occupata dalla conversione in legge di provvedimenti d’urgenza, non sempre del tutto omogenei». E siccome la vicenda questa volta ha riguardato soprattutto il Senato, non manca un accenno alla Camera: «Un caso tra i tanti, è quello del decreto presentato il 16 agosto scorso a Montecitorio, contenente allo stesso tempo norme in materia di contrasto alla violenza di genere e sul commissariamento delle province, con l’aggiunta di norme sui fuochi d’artificio, inserite dalla Camera, trasmesso al Senato solo pochi giorni prima della scadenza con la formula del prendere o lasciare».
Virginia Piccolillo


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