Kerry inciampa sugli arabi d’Israele

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GERUSALEMME — Dire difficile sembra ancora poco. Parlare di «missione impossibile» forse è troppo. Ma certamente il segretario di Stato americano John Kerry è tornato ieri a Gerusalemme accompagnato da un’atmosfera di profondo scetticismo sulla possibilità di rilanciare concretamente i negoziati tra israeliani e palestinesi. È la sua decima missione nella regione in meno di un anno. E lui stesso ha ricordato che negli ultimi cinque mesi le due parti si sono incontrate ben «venti volte». Kerry ha visto in serata il premier Benjamin Netanyahu. Oggi lo rivedrà prima di incontrare a Ramallah il presidente palestinese Mahmoud Abbas. E la sua spola potrebbe durare anche oltre domenica. «Vorremmo concludere un accordo quadro complessivo su cui lavorare nei prossimi mesi. Ora sappiamo tutti quali sono i problemi sul tavolo e i loro parametri. Nelle prossime settimane i due leader dovranno prendere decisioni dure» ha dichiarato l’americano. Vicino a lui il premier israeliano non ha perso l’occasione per accusare Abbas e i leader palestinesi di «non essere interessati alla pace».
I temi sono quelli di sempre, dominano il dibattito dal tempo degli accordi di Oslo nel 1993: la definizione dei confini tra Israele e futuro Stato palestinese (come modificare quelli del 1967?); sicurezza; sovranità su Gerusalemme; profughi (quanti palestinesi potranno tornare alle loro case e come compensare gli altri?); aggiustamenti giuridici; la formula del riconoscimento reciproco; controllo delle acque; modalità di collegamento tra Cisgiordania e Gaza. Sullo sfondo restano completamente irrisolte la questione delle colonie ebraiche in Cisgiordania assieme a quella della guerra civile interna tra l’autorità palestinese erede dell’Olp in Cisgiordania e i fondamentalisti islamici di Hamas, che dominano a Gaza e sono legati a filo doppio ai Fratelli Musulmani egiziani.
Il governo Netanyahu ha inoltre aggiunto due nuove richieste, perorate in particolare dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ma che sono già state rifiutate con durezza dai palestinesi.
La prima riguarda il riconoscimento di Israele quale «Stato ebraico». La seconda propone invece uno scambio territoriale. Israele mira infatti a conservare il pieno controllo sui nuovi quartieri costruiti a Gerusalemme est e sui gruppi di colonie ebraiche più importanti in Cisgiordania. In cambio è pronto a cedere larghi settori del cosiddetto «triangolo», la regione più densamente popolata da arabi attorno alla cittadina di Um el-Fahm, situata all’interno dei confini precedenti le conquiste della guerra del 1967. La stampa locale sottolinea che in questo caso oltre 300.000 arabi israeliani potrebbero passare con le loro proprietà sotto la sovranità del futuro Stato palestinese.
Tra i critici più duri sono però proprio molti tra i circa un milione e seicentomila arabi cittadini a tutti gli effetti di Israele.
«È una proposta deludente, oltraggiosa. Ci trattano come pedine degli scacchi. Non siamo cittadini, ma merce di scambio nelle mani del governo. Il nostro status non è affatto paragonabile a quello dei coloni ebrei illegali in Cisgiordania» hanno tuonato in parlamento i deputati arabi. Una delle verità non dette ad alta voce è che molti arabi israeliani, sebbene protestino di essere «trattati come cittadini di serie b», sono terrorizzati dalla prospettiva di venire integrati nel caos dei governi palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Qui da fine estate il tasso della violenza è in crescita e la prospettiva di una «terza intifada» più sanguinosa delle due precedenti viene paventata da più parti.


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