La ragnatela dei partitini

MATTEO Renzi ha di fronte a sé due difficoltà nel momento di assumere l’incarico di presidente del Consiglio: una legata al suo cursus honorum e alle dinamiche parlamentari, e l’altra alla sua capacità di gestire le differenze e le coalizioni.Renzi è arrivato al governo senza essere passato dall’esperienza consiliare o parlamentare.

PIERO IGNAZI, la Repubblica Sergio Segio • 17/2/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 589 Viste

Il leader del Pd è stato eletto alla guida della provincia e del comune di Firenze, e oggi del governo, senza aver occupato i banchi dei consigli locali o del parlamento. Questo particolarissimo percorso non ha eguali nelle democrazie europee. Nei pochissimi casi in cui la premiership è stata affidata a chi non aveva cariche parlamentari si trattava di personalità che esibivano una lunga e prestigiosa carriera in altri ambiti. Ora, tra le tante anomalie italiane, annoveriamo anche questa. Magari, per una volta, sarà una anomalia virtuosa che stupirà per la sua eccezionalità in positivo. Vedremo. La stampa internazionale lo ha definito “demolition man”, traducendo con molta efficacia l’aggettivo “rottamatore”. Ma ora il problema di Renzi è mantenere la sua carica di “rottura”, la sua capacità innovativa, nel nuovo ruolo che sta per assumere. È evidente il tentativo degli alleati,Alfanoinprimis,diimbrigliarloper farne, al massimo, un primus inter pares, che è il ruolo del presidente del Consiglio nel nostro sistema parlamentare.
Spaventati all’idea di diventare attori di seconda fila, vorrebbero che Renzi dismettesse i panni del “dominus” che ha vestito fin qui occupando la carica di sindaco.Infatti,conla riforma del 1993 i primi cittadini hanno acquisito un potere e una autonomia decisionale molto ampi, sconosciuti agli altri organi monocratici, e soprattutto inferiori a quelli del capo di governo. Di questa nuova condizione dovrà tener conto il presidente del Consiglio incaricato. Inoltre, connessa a questo passaggio, dovrà adattarsi all’arena parlamentare (bicamerale), ben diversa da quella consiliare, sostanziale supina. Il processo legislativo è enormemente più complesso e farraginoso a livello nazionale, ed anche per il più dinamico e volitivo dei capi del governo sarà difficile forzare significativamente procedure e tempi.
Le altre difficoltà si collocano su un piano politico. In primo luogo Renzi deve imprimere un tasso di innovazione gigantesco per fare dimenticare che il nuovo governo si poggia sulla stessa maggioranza di quello guidato da Enrico Letta. Il programma potrà essere più incisivo e i nuovi ministri saranno forse più motivati avendo un orizzonte temporale probabilmente più lungo, ma il Pd continuerà ad essere ancora affiancato dal Nuovo centrodestra di Alfano e dagli altri cespugli. Il governo non è un monocolore Pd.
Questo implica, in secondo luogo, l’adozione di una strategia coalizionale efficace da parte della leadership democratica. Gli alfaniani hanno alimentato sospetti di doppi giochi e intelligenze con il nemico, nel timore di poter essere messi alle corde, ma non è ammissibile partire con una conformazione e proseguire con una diversa, fatta di “responsabili” d’ogni risma. Ora, visto che Renzi non si orienta verso “un’apertura a sinistra” ma preferisce mantenersi nell’alveo delle piccole intese del tandem Letta-Alfano, è bene fare chiarezza con i propri alleati. Anche perché, piaccia o non piaccia, gli equilibri politici ruotano intorno al patto con Alfano.
Dunque sta a Renzi la difficile partita di favorire la mutazione del Ncd in un partito moderato de-berlusconizzato nei suoi riferimenti politico-culturali, e con cui fare un tratto di strada insieme su basi chiare. Senza umiliare l’alleato, ma senza cedere su nessuno dei punti qualificanti (ius soli prima di tutti) di un’azione di governo che parte dalla promessa di cambiare l’Italia.

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