Putin: « Ora tocca alla Transdnistria »

Putin: « Ora tocca alla Transdnistria »

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MOSCA — Si tratta, al massimo, di 1.200 uomini. Ma il ritiro di un battaglione di fanteria motorizzata russo dal confine ucraino è senz’altro «un piccolo segnale di distensione», come ha detto il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier. La diplomazia sembra tornata a giocare un ruolo, anche se sul terreno la tensione rimane alta e Vladimir Putin appare intenzionato a giocare una partita a tutto campo, aprendo pure la questione della Transdnistria, regione russofona indipendente di fatto dal 1992 e non riconosciuta da nessun Paese.
Il presidente russo ne ha parlato al telefono con la Cancelliera Angela Merkel alla quale ha annunciato il parziale ritiro di truppe. Putin ha sottolineato, secondo un comunicato del Cremlino, «la necessità di prendere misure effettive per rimuovere il blocco di fatto di questa regione e per cercare una soluzione globale e giusta del problema». Dopo una breve guerra, il piccolo enclave russofono tra Moldavia e Ucraina si rese indipendente. Dal 1992 sul suo territorio stazionano 1.200 soldati russi che originariamente erano considerati peacekeeper accettati dalle parti in causa, ma che avrebbero dovuto ritirarsi da tempo. La Moldavia non ha mai riconosciuto l’indipendenza di Tiraspol (la capitale), ma non ha mai fatto nulla per riportare la regione sotto il suo controllo.
Continuano, dopo il faccia a faccia di domenica, i colloqui telefonici tra il segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov: appare chiaro che si sta puntando a un possibile accordo globale che allenti la tensione. Mentre i Paesi baltici annunciano nuove manovre Nato sul loro territorio (vi partecipano anche gli svedesi), i leader più coinvolti tentano di riportare la questione sui binari della collaborazione con un Paese, la Russia, del quale difficilmente l’Europa può fare a meno. «Non si può dire di qua o di là», ha spiegato la Merkel a proposito del ruolo dell’Ucraina. La Cancelliera è pure apparsa infastidita dall’uscita del suo ministro delle Finanze che ha tracciato un parallelo tra la Crimea e l’annessione del territorio dei Sudeti da parte di Hitler nel 1938.
Putin oramai considera l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa non più reversibile, e sembra che su questo punto gli Stati Uniti e i principali Paesi europei non abbiano intenzione di insistere più di tanto (continueranno a rifiutare questa soluzione, ma a parole). Si discute ora sulle elezioni presidenziali ucraine previste per il 25 maggio e sulle riforme costituzionali. La Russia vuole uno Stato federale, per dare più autonomia alle regioni russofone dell’Est. Fino a ieri non accettava la legittimità del governo di Kiev e chiedeva di spostare all’autunno le elezioni. Ma sembra stia cambiando idea. Chiede di disarmare le milizie di estrema destra, ma appare disposta ad accettare il voto. Questo anche perché la situazione interna a Kiev è talmente confusa che il vecchio partito russofono delle Regioni potrebbe anche riuscire a far eleggere un suo candidato. Il fronte dei filo occidentali è diviso come sempre. La piazza sembra approvare la candidatura dell’oligarca Petro Poroshenko (re del cioccolato, è stato ministro sia con il governo filoeuropeo che con quello filorusso). Ma in corsa ci sono anche Yulia Tymoshenko, Olga Bogamolets, medico della rivolta di piazza, e altri 25 pretendenti. Il partito delle Regioni schiera Tigipko, ex candidato indipendente molto forte, il governatore della regione di Kharkov, Mikhail Dobkin, e Yurij Boiko, ex vice premier con Yanukovich. Uno dei tre potrebbe spuntarla.
Fabrizio Dragosei


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