Senato ai supplementari

Forza Italia minaccia la rottura, Renzi la prova di forza. Per entrambi è impossibile. E intanto la data limite delle elezioni europee per il primo sì alla cancellazione del Senato e del bicameralismo paritario, promessa dal premier, sfuma

Andrea Fabozzi, il manifesto redazione • 8/4/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 544 Viste

«Al senato ce la fac­ciamo. Ce la fac­ciamo». Renzi lo ripete due volte, come si fa quando biso­gna dare corag­gio — o dar­selo. Al pre­si­dente del Con­si­glio tocca com­men­tare i quo­ti­diani squilli di guerra del capo­gruppo di Forza Ita­lia Bru­netta (capo­gruppo alla camera) secondo il quale Ber­lu­sconi ha ormai deciso di non votare la riforma del bica­me­ra­li­smo pro­po­sta dal governo. Il penul­ti­ma­tum di Bru­netta è più spe­ri­co­lato del solito: legge elet­to­rale appro­vata entro pasqua o addio al patto Renzi-Berlusconi. Natu­ral­mente è impos­si­bile: prima di pasqua c’è una sola set­ti­mana di lavoro par­la­men­tare. Poi è dell’altra riforma, quella costi­tu­zio­nale, che si sta par­lando. E soprat­tutto Ber­lu­sconi non ha alcuna con­ve­nienza, e dun­que alcuna aspi­ra­zione, a tagliare adesso l’ultimo filo che lo tiene legato al gioco poli­tico. Così come Renzi non ha alcuna garan­zia di poter appro­vare la sua riforma senza il voto dei ses­santa sena­tori di Forza Italia.

Minac­cia e con­tro­mi­nac­cia sono pura tat­tica. Al di là degli slo­gan del pre­si­dente del Con­si­glio, al senato non stiamo assi­stendo ad alcuna corsa. Al limite un puro agi­tarsi sul posto. Il testo del governo ieri sera non era nean­che arri­vato a palazzo Madama e ancora que­sta set­ti­mana la com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali si dedi­cherà ad altro. Oggi l’ufficio di pre­si­denza scri­verà il calen­da­rio delle con­vo­ca­zioni, il testo annun­ciato in con­fe­renza stampa a palazzo Chigi si cono­sce solo per­ché pub­bli­cato sul sito del governo. Anche il paletto estremo di Renzi è desti­nato a sal­tare. È ormai impos­si­bile por­tare la legge costi­tu­zio­nale al voto defi­ni­tivo del senato entro le ele­zioni euro­pee di fine mag­gio. Anzi, nella bozza del Pro­gramma nazio­nale delle riforme, che sarà discussa oggi dal Con­si­glio dei mini­stri, la data limite per la prima let­tura della riforma del bica­me­ra­li­smo — camera e senato — pare sia stata spo­stata a set­tem­bre di quest’anno. Silen­zio asso­luto sulla legge elettorale.

Se è incerta la data, sarebbe incerto anche l’esito del voto nel caso il governo deci­desse di for­zare la mano sul nuovo assetto del senato. In teo­ria si tratta di un testo con­di­viso dalla grande mag­gio­ranza dell’aula, supe­riore ai due terzi, quota che secondo l’articolo 138 in terza e quarta vota­zione esclu­de­reb­bero la pos­si­bi­lità di chie­dere il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo. Senza Forza Ita­lia però il castello crolla. Per­ché, a meno di un impro­ba­bile soc­corso leghi­sta, baste­reb­bero una decina di sena­tori del Pd (o magari dell’ala cen­tri­sta della mag­gio­ranza, dove pure covano insod­di­sfa­zioni) per por­tare la legge sotto la soglia minima della mag­gio­ranza asso­luta. Lì dove per esem­pio si è fer­mata la conta nell’ultima occa­sione impor­tante al senato, il voto sulle pro­vince il 26 mag­gio scoro: 160 sì che nel caso della revi­sione costi­tu­zio­nale non bastano (manca un voto).

«Non accet­tiamo ulti­ma­tum da nes­suno, tan­to­meno da Bru­netta. Se loro ci stanno al gioco delle riforme noi ci stiamo, altri­menti le fac­ciamo noi», assi­cura Renzi. E il sot­to­se­gre­ta­rio Del­rio va in tv a con­fer­mare il mes­sag­gio: «C’è l’accordo con Forza Ita­lia, le riforme si fanno insieme, ma abbiamo anche la deter­mi­na­zione ad andare avanti con la nostra mag­gio­ranza». I numeri però non lo seguono. E non lo segue nem­meno tutto il par­tito: le due media­zioni che Renzi ha messo in can­tiere, evi­tando di cor­reg­gere il dise­gno di legge gover­na­tivo, così da lasciare mar­gini alla trat­ta­tiva (e cioè via i 21 sena­tori di nomina pre­si­den­ziale, pro­por­zio­na­lità tra popo­la­zione della regione e numero di sena­tori nomi­nati), non bastano. Il punto di dis­senso della ven­tina di par­la­men­tari demo­cra­tici che hanno fir­mato la pro­po­sta di Van­nino Chiti è la man­cata ele­zione popo­lare dei sena­tori. Punto sul quale Renzi è stato tas­sa­tivo: mai più sena­tori eletti. Dun­que mar­gini non ce ne sono, e ha poco senso il ragio­na­mento del pre­si­dente del Con­si­glio sul fatto che la pro­po­sta Chiti è mino­ri­ta­ria. Lo è cer­ta­mente, anche met­tesse insieme i voti dei 5 stelle, di Forza Ita­lia e di Sel. Il pro­blema è però un altro: il pro­blema sono i voti che man­che­reb­bero al dise­gno di legge del governo.

L’idea poi di un «piano B», cioè della pos­si­bi­lità di far votare la riforma a un’altra mag­gio­ranza, si scon­tra con la deter­mi­na­zione di Renzi a non tor­nare indie­tro, per recu­pe­rare l’elezione diretta dei sena­tori. Il discorso con Sel, parte del Pd e ex gril­lini andrebbe ria­perto da capo. Al limite avrebbe più pos­si­bi­lità la can­cel­la­zione totale del senato. Con un’altra legge elet­to­rale per la camera, però.

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