Premi a chi innova e nuove garanzie Il piano per le piccole e medie imprese

Premi a chi innova e nuove garanzie Il piano per le piccole e medie imprese

ROMA — Ogni anno le assemblee della Confindustria e della Banca d’Italia si svolgono a pochi giorni di distanza e spesso le analisi del presidente dell’associazione imprenditoriale e del governatore della banca centrale convergono. In passato c’è stato perfino un economista, Guido Carli, che è stato prima al vertice di Bankitalia, dal 1960 al 1975 e poi della Confindustria, dal ‘76 al 1980. A fine maggio insomma l’establishment economico-finanziario fa la diagnosi della situazione del Paese e detta la direzione di marcia. È interessante notare come quest’anno — senza alcuna autocritica rispetto al passato — l’accento sia posto sugli investimenti, pubblici e privati, mentre siano finite in secondo piano le parole d’ordine che hanno accompagnato a lungo la politica del rigore e dell’austerità.
La crescita, su questo concordano Confindustria, Banca d’Italia e, come vedremo, anche il governo si fa sopratutto con gli investimenti. E la priorità per le imprese italiane diventa recuperare quel gap di capitalizzazione pari a ben 200 miliardi di euro denunciato ieri dal governatore Ignazio Visco. Che ha annunciato misure per agevolare il finanziamento delle banche presso l’Eurosistema, ampliando la gamma dei collaterali da portare in garanzia, e il varo di nuovi contratti di prestito a favore delle piccole aziende. Invece, sarà forse un caso, ma né nella relazione di Giorgio Squinzi giovedì né nelle Considerazioni di Visco si trovano le parole «privatizzazioni» e «dismissioni». Lo stesso debito pubblico, che pure viaggia verso il 135% del prodotto interno lordo, va aggredito, si dice ora, principalmente attraverso la crescita.
«Noi imprenditori — ha detto Squinzi rivolto alla platea imprenditoriale — abbiamo un compito preciso, dobbiamo spingere le nostre aziende a crescere, patrimonializzarsi per avere mezzi da investire nella ricerca, innovare in prodotti e processi, fare formazione a tutti i livelli, anche a noi stessi». E subito dopo, il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, imprenditrice a sua volta, è stata netta: «Non ho mai conosciuto imprese sane che assumano perché viene dato loro un incentivo». La verità, ha aggiunto, è che «solo un imprenditore che fa profitti può investire, crescere e dare occupazione». Ma sulla propensione dei nostri imprenditori ad investire Visco è stato impietoso. Dal 2007 al 2013 gli investimenti sono crollati del 26%. Latita anche lo Stato: negli ultimi 4 anni «la spesa per investimenti pubblici è diminuita di quasi il 30%» mentre gli investitori esteri sono scoraggiati dalla «lunghezza e incertezza dei tempi e complessità delle procedure». Concludendo la sua analisi Visco ha così sintetizzato la nuova ricetta: «Servono investimenti, privati e pubblici, nazionali ed europei (…). La ripresa dell’economia, il rilancio dell’occupazione dipendono dalla capacità di finanziare investimenti e progetti». Ed eccolo il punto: gli investimenti non basta volerli, bisogna avere la «capacità» di farli. Ma le nostre imprese sono drammaticamente sottocapitalizzate. Visco lo ha appunto detto con un dato: «Una leva finanziaria in linea con la media europea richiederebbe un aumento del patrimonio di circa 200 miliardi e una pari riduzione dei debiti» che le aziende italiane hanno verso le banche, oggi pari a 1.300 miliardi su un patrimonio di complessivi 1.600.
Che fare? la Banca centrale europea dovrebbe condizionare gli interventi a sostengo delle banche all’erogazione del credito alle imprese e le banche dovrebbero comportarsi di conseguenza. Ma anche gli imprenditori dovrebbero fare la loro parte, spostando capitali dai patrimoni familiari agli investimenti in azienda. Il governo, ha annunciato Guidi, concederà una «significativa agevolazione fiscale sugli investimenti aggiuntivi» e un potenziamento dell’Ace, il regime di vantaggio sugli utili reinvestiti. Ma a questo punto l’establishment se lo è detto da solo: per rilanciare la crescita deve anche mettere mano al suo portafoglio.
Enrico Marro



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