«Preso il terrorista di Bruxelles» Mehdi Nemmouche, francese, è tornato dalla Siria

«Preso il terrorista di Bruxelles» Mehdi Nemmouche, francese, è tornato dalla Siria

Loading

PARIGI — «Sono circa 700, nel nostro Paese. Voglio dire a questi jihadisti che li combatteremo, li combatteremo e li combatteremo», dice François Hollande poco dopo la notizia dell’arresto a Marsiglia di Mehdi Nemmouche, 29 anni, un francese di origine algerina reduce dalla guerra in Siria, che in un video ritrovato nella sua borsa si attribuisce la strage del museo ebraico di Bruxelles.
Sabato 24 maggio un uomo ha fatto irruzione nel museo e ha ucciso a colpi di pistola e kalashnikov i due turisti israeliani Emanuel e Miriam Riva (54 e 53 anni), la volontaria francese Dominique Sabrier (66) e il 25enne belga Alexandre Strens, che lavorava all’ingresso.
«Mi congratulo con l’efficacia delle nostre forze di polizia, che hanno catturato l’individuo appena ha rimesso piede sul suolo francese», ha esultato Hollande. In realtà, Nemmouche è stato trovato per puro caso, nella stazione degli autobus di Marsiglia, durante un controllo anti-droga di routine, sul pullman Eurolines che unisce Amsterdam a Marsiglia via Bruxelles. Gli agenti si aspettavano di trovare stupefacenti, hanno scoperto armi e munizioni sufficienti per compiere altre azioni.
Non ha fatto molto per rendersi introvabile, Mehdi Nemmouche: le telecamere di sorveglianza del museo avevano inquadrato un uomo in giubbotto e cappellino, che usa due armi, una borsa nera e una piccola videocamera GoPro attaccata alla tracolla. Quando i poliziotti francesi gli hanno chiesto di scendere dall’autobus e di aprire la sua borsa nera, dentro hanno trovato la pistola, il kalashnikov, altre munizioni, la videocamera GoPro, il giubbotto, il cappellino, e una bandiera dell’Isis (Stato islamico di Iraq e Siria). In più, in una scheda di memoria, un video dove appaiono le immagini delle armi della strage «accompagnate da una voce che sembra quella del sospetto», ha detto ieri il procuratore di Parigi François Molins.
La voce rivendica l’attentato del 24 maggio, e spiega che si vedono solo il kalashnikov e la pistola ma non il massacro «perché la GoPro non ha funzionato». È l’uso della piccola videocamera portatile il più impressionante, ma non l’unico, punto in comune tra l’attentatore di Bruxelles e Mohammed Merah, il 23enne francese di origine algerina che nel marzo di due anni fa uccise sette persone (tra le quali quattro ebrei) a Tolosa, filmando le sue azioni.
Mehdi Nemmouche, nato a Roubaix, nel Nord della Francia, dopo soli tre mesi di vita è stato tolto alla custodia della madre assieme alle tre sorelle e affidato a una famiglia provvisoria. Non ha mai conosciuto il padre, e nell’adolescenza ha cominciato a frequentare gli ambienti della microcriminalità del Sud della Francia fino a commettere più tardi rapine a mano armata: il suo curriculum giudiziario parla di cinque soggiorni in carcere, il più lungo dei quali dal 2007 al 2012. In questo periodo sarebbe avvenuta la conversione di Nemmouche all’islam radicale, proprio come era capitato a Merah. Uscito dal carcere, Nemmouche è passato da Londra, Istanbul e Beirut per raggiungere la Siria e combattere la guerra santa islamica contro il dittatore Bashar al Assad. Sarebbe tornato in Europa nel marzo scorso dopo brevi tappe in Malaysia, Thailandia e Singapore, forse per rendere meno controllabili i suoi spostamenti. Come Mohammed Merah, Mehdi Nemmouche era conosciuto dai Servizi francesi e tenuto sotto sorveglianza. Ciò nonostante ha potuto tornare in Europa, in Germania, e progettare probabilmente da lì l’attentato di Bruxelles, forse grazie all’aiuto di un gruppo jihadista basato nella capitale belga.
Ieri notte erano in corso perquisizioni negli ambienti islamisti radicali di Bruxelles e Tourcoing, dove vive parte della sua famiglia. Gli inquirenti cercano di capire se Nemmouche a Marsiglia stesse cercando di raggiungere l’Algeria, o se si preparasse a compiere altre stragi.
Stefano Montefiori



Related Articles

La scommessa sbagliata dei Fratelli Musulmani

Loading

L’Egitto brucia i suoi figli e sembra divorare se stesso. L’odio ha ormai prodotto una polarizzazione che si è già trasformata in tragedia. Ora, quando si creano le condizioni di una guerra civile e si disegnano i contorni di un sistematico massacro, vi sono un dovere e una necessità.

Capolinea per Mladic

Loading

Latitante da quindici anni, il boia di Srebrenica si faceva chiamare Milorad Komadic

La scrittrice Dubravka Ugresic, nel suo libro Il museo della resa incondizionata, racconta che un giorno, durante l’assedio di Sarajevo, il comandante delle truppe serbo-bosniache, generale Ratko Mladic, osservasse la città  da una delle postazioni che la circondavano.

Un anno dopo le nuove relazioni Cuba-Stati Uniti

Loading

La costruzione di nuove relazioni Cuba-USA non è solo una questione politica-economica. Editoriale del magazine internazionale Global Rights

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment