Ramallah in lutto, monta la rabbia da Terza Intifada

La ricerca dei 3 israeliani rapiti diventa un’operazione anti-Hamas I palestinesi piangono i loro morti. E la piazza comincia a sollevarsi

Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera redazione • 23/6/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1260 Viste

RAMALLAH — Avvolto nella bandiera nera della Jihad islamica, su una barella d’acciaio, il corpo di Mohammad Tarifi è portato in alto da un gruppetto di uomini: tra i negozi e i caffè chiusi per lutto, girano intorno a piazza Manara, il centro della «capitale» palestinese occupato nella notte, per ore, dall’esercito israeliano accolto con lanci di pietre e vasi da fiori. Tarifi, 30 anni, è stato centrato da un cecchino, è morto dissanguato. Vicino a Nablus un 27enne diretto in moschea, disabile mentale, non si è fermato all’alt dei soldati che gli hanno sparato. È la quarta vittima dall’inizio dell’«Operazione Guardiano del fratello», lanciata il 13 giugno dal premier Netanyahu per ritrovare i tre studenti ebrei scomparsi nella colonia di Gush Etzion a nord di Hebron. Di loro non c’è traccia né si conoscono le «prove inoppugnabili» con cui Israele accusa Hamas di averli rapiti. Le ricerche continuano ma soprattutto continua la repressione del movimento islamico, secondo obiettivo dichiarato che pare ora preponderante, della stretta sui Territori: irruzioni in 1.600 case, oltre 400 arresti, villaggi e quartieri «sigillati», raid su Gaza. La mobilitazione israeliana, iniziata a Hebron, è la più ingente dalla seconda Intifada.
«Anche qui in centro a Ramallah gli israeliani non sparavano così da almeno dieci anni», dice il 27enne Muaffa, guardando il funerale che fa l’ennesimo giro in piazza Manara, dove nel 2002 un soldato uccise il fotografo italiano Raffaele Ciriello. «Ma la rabbia della gente è anche contro il presidente Abbas, che non fa niente. Questa notte le pietre se le è prese pure la polizia palestinese che non è intervenuta». Alla domanda se ci sarà una terza Intifada, cosa che molti pensano, risponde che «è possibile, non siamo pronti ma peggio di così…». Haya, universitaria, è d’accordo: «Io ne ho paura ma con la scusa del rapimento, che tutti pensiamo sia stato orchestrato da Israele, Netanyahu ci sta massacrando. E riuscirà a dividere Hamas e Fatah che hanno appena formato il governo d’unità. La gente reagirà». Tra le tante persone intervistate in questi giorni sono soprattutto gli anziani a frenare. «Abbiamo visto i bei risultati della seconda Intifada, ora siamo stanchi e senza speranze», dice Abu Ali, avvocato 70enne. «Israele ci ha preso tutto ma ha il mondo con sé, America, Europa, gli Stati arabi. Vuole espellerci tutti anche se ci metterà 50 anni. E in queste condizioni parliamo di Intifada? Senza una leadership?».
Al di là dei morti, delle decine di prigionieri in sciopero della fame, delle nuove colonie, è la leadership il problema chiave dei palestinesi. Mahmoud Abbas ha condannato tre volte pubblicamente il rapimento dei giovani ebrei, pur dicendo di non aver visto prove su Hamas, e ha sottolineato la sua collaborazione nelle ricerche e per la sicurezza nei Territori dove i servizi dell’Autorità lavorano a fianco degli israeliani. Dichiarazioni e azioni che gli hanno rivoltato contro la piazza palestinese, non solo di Hamas o della Jihad, ottenendo in risposta da Netanyahu altri attacchi personali e l’escalation antipalestinese. Una risposta velatamente condannata dagli Stati Uniti, dall’Onu. Ma pure dall’opposizione israeliana, politici e intellettuali: il ministro della Giustizia Tzipi Livni ha condannato «la reazione eccessiva» al rapimento la cui soluzione resta «il primo obiettivo dell’operazione», ha chiesto che «il coraggio di Abbas sia riconosciuto» e il dialogo riprenda per nuovi negoziati. Sui media israeliani, intanto, emergono indiscrezioni sul fatto che la stretta contro Hamas fosse in preparazione già dalla nascita del governo d’unità palestinese a inizio giugno.
«Abbas ha sbagliato nelle parole, più “tenere” con Netanyahu perfino di quelle della sinistra israeliana», dice Qaddura Fares, capo dell’Organizzazione per i prigionieri palestinesi, membro di Fatah, noto per non risparmiare critiche al partito. «Ha agito così per evitare un’escalation ulteriore e dimostrare al mondo che il vero ostacolo alla pace non siamo noi ma il governo israeliano. Abbas non ama la violenza, ma cosa può pensare la nostra gente quando lo sente condannare il rapimento di tre israeliani mentre i soldati uccidono, distruggono case, e su Facebook la proposta di ammazzare un palestinese ogni ora fino a quando non troveranno i ragazzi ha avuto 20 mila adesioni?». Fares non esclude che i rapitori siano palestinesi, anche di Hamas. «Ma non con l’approvazione dei leader, in caso una cellula indipendente», dice, mentre in Fatah altri pensano che i responsabili siano criminali comuni, arabi o ebrei, per riscatto o vendetta. «Non so se il governo di unità reggerà, ma spero che al prossimo congresso di partito ci sia un cambio di dirigenti e di strategia, meno remissiva. Per ora Hamas si sta rafforzando e c’è il serio rischio di un’Intifada che l’Autorità farà di tutto per evitare. Ma che nemmeno Netanyahu vuole. Per lui è meglio una “mezza guerra” come questa. La calma, come una vera sollevazione, lo esporrebbero a troppe critiche da parte della comunità internazionale».
La calma ora sembra però lontana e nuovi fronti potrebbero aprirsi per Israele: sulle alture del Golan, occupate dal 1967, è avvenuto ieri l’incidente più grave dall’inizio della guerra in Siria. Un arabo israeliano di 15 anni è stato ucciso, il padre e un uomo feriti, su un’auto del ministero della Difesa israeliano vicino al confine siriano dove lo Stato ebraico sta erigendo un muro. Non è chiaro da chi sia partito il colpo, se dai ribelli o dai lealisti a Assad che in marzo avevano già ferito quattro soldati israeliani, causando un raid aereo sulle postazioni dell’esercito siriano. Ma Israele è convinta che quello di ieri sia stato «un attacco intenzionale».
Cecilia Zecchinelli

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