Boko Haram rapisce la moglie del vicepremier del Camerun

Boko Haram rapisce la moglie del vicepremier del Camerun

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COME se l’indignazione internazionale per il rapimento di centinaia di studentesse e gli aiuti di intelligence arrivati da mezzo mondo fossero gocce d’acqua, Boko Haram alza ancora il tiro: ieri gli islamisti che infiammano il Nordest della Nigeria con migliaia di morti hanno attraversato il confine con il Camerun e hanno rapito la moglie del vicepremier Amadou Ali e l’intera famiglia del sultano di Kolofata, uccidendo gli sventurati che hanno provato a impedirlo. Kolofata è a un’ottantina di impervi chilometri da Sambisa, la foresta nello stato nigeriano del Borno in cui si ritiene siano prigioniere le studentesse.
Ben protetto dalla sua scorta armata Amadou Ali, vice premier e ministro dei Rapporti con il parlamento del Camerun, è riuscito a scampare all’assalto. È andata peggio alla moglie e al sultano Seini Boukar Lamine, leader religioso e politico locale, una sorta di sindaco di Kolofata. Il bilancio dell’attacco è ancora provvisorio, ma il conto dei morti è già arrivato a sei: quattro civili, tra cui il fratello minore di Lamine, e due poliziotti. I guerriglieri islamisti hanno assaltato le residenze dei due leader più importanti della cittadina: «La casa del vice primo ministro è stata al centro di un attacco durissimo da parte dei militanti di Boko Haram, che sono riusciti a catturare e rapire sua moglie», dice il ministro Issa Tchiroma. Ma è nella residenza della famiglia del sultano che gli islamisti hanno rapito il maggior numero di persone, tra cui lo stesso sultano con la moglie e due figli.
Ieri sera erano ancora in corso duri scontri a fuoco tra gli islamisti e l’esercito, che ha fatto intervenire anche gli aerei per colpire i miliziani. È la terza volta in pochi giorni che Boko Haram lancia attacchi in Camerun, ma l’organizzazione islamista è sufficientemente forte da poter colpire contemporaneamente su entrambi i lati della frontiera con la Nigeria, il teatro principale dei suoi attacchi. Ieri la scia di sangue si è allungata con cinque morti e otto feriti in un quartiere cristiano di Kano, nel Nord della Nigeria: un «ordigno rudimentale» piazzato durante la messa «sul lato opposto della strada» rispetto alla chiesa di San Giorgio. E sono la buona sorte e il colpo d’occhio degli agenti ad aver limitato il bilancio di un secondo attentato, sempre a Kano, avvenuto questa volta all’università, l’altro nemico pubblico degli islamisti della “educazione occidentale è peccato”, il significato di Boko Haram: fermata a un controllo per il suo atteggiamento sospetto, una donna kamikaze che nascondeva un ordigno sotto il velo si è fatta esplodere ferendo cinque persone. Troppo sangue, troppe violenze per celebrare la fine del Ramadan: ieri le autorità di Kano hanno deciso di annullare tutti i festeggiamenti.



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