Corpi ammassati nei vagoni frigo Mancano i resti di 100 passeggeri

Corpi ammassati nei vagoni frigo Mancano i resti di 100 passeggeri

DONETSK — Parlare di «giallo» sulle responsabilità per la tragedia del Boeing della Malaysia Airlines nei cieli dell’Ucraina orientale diventa sempre più difficile. Con il trascorrere dei giorni emergono infatti sempre più schiaccianti le prove del pesante coinvolgimento di Mosca e dei separatisti ucraini (o, come loro si definiscono, attivisti della «Repubblica Popolare di Donetsk»). Le ultime rivelazioni riguardano i dettagli forniti dai servizi segreti del governo di Kiev. Ieri il responsabile del contro-spionaggio, Vitaly Nayda, ha ribadito che i suoi apparati sin dal 14 luglio (tre giorni prima della tragedia) avevano segnalato che i separatisti erano entrati in possesso di missili terra-aria in grado di arrivare ben oltre le quote dei 10.000 metri (33.000 piedi) utilizzate normalmente dagli aerei di linea. Lo stesso governo di Kiev era corso ai ripari. Il primo provvedimento era stato preso il primo di luglio, vietando il volo sulla regione al di sotto dei 26.000 piedi. Il 14 luglio, quando i separatisti avevano abbattuto un aereo da trasporto militare Antonov An-26 con otto soldati a bordo all’altezza di 21.000 piedi sopra la città di Luhansk, il limite di volo era stato alzato a 32.000 piedi.
Ma le prove più controverse e, se confermate, estremamente gravi per Mosca riguardano la presenza dei missili Buk-M11 russi (anche noti come SA-11 Gadfly) nella zona controllata dai separatisti. Già il 29 giugno le stesse milizie filo-russe sui social network avevano sostenuto trionfanti di essere in possesso di questi missili. La loro origine non è chiara: catturati da una base dell’esercito di Kiev in marzo, oppure mandati da Mosca più di recente? Il governo russo nega di aver inviato alcun missile terra-aria. Eppure Nayda sostiene che una batteria di Buk era presente da tempo tra le file dei ribelli assieme a tre esperti militari russi, senza specificare però da quando. A suo dire la rete spionistica di Kiev ha poi monitorato lo spostamento delle batterie dei Buk dalle zone dei separatisti al territorio russo in due viaggi poche ore dopo l’abbattimento dell’aereo malese. Il primo sarebbe avvenuto alle due della mattina del 18 luglio, il secondo solo due ore dopo. In una batteria sarebbero stati visibili tutti i quattro missili in dotazione. Nella seconda sarebbe mancante uno: è quello assassino?
La domanda è pesata come un macigno ieri durante la conferenza stampa del «premier» separatista di Donetsk, Alexander Borodai, il quale più volte ha ribadito: «Noi non possediamo assolutamente missili in grado di sparare tanto in alto». Prima di aggiungere: «Solo negli ultimi giorni, dopo la tragedia del Boeing civile, siamo entrati in possesso di missili terra-aria modello Strela, che però non arrivano neppure a 5.000 metri di quota».
Il duello sulle responsabilità e le tensioni che ne conseguono non aiutano le operazioni di recupero dei corpi e l’inchiesta tra i rottami dell’aereo. Sino ad ora sono stati recuperati dai volontari e dalle organizzazioni paramilitari separatisti quasi 200 corpi, ne mancano ancora un centinaio. La grande maggioranza (sembra 167, ma il numero varia continuamente) è raccolta in tre vagoni frigorifero fermi nella stazione ferroviaria di Torez controllata dai separatisti, 60 chilometri a est di Donetsk. Il luogo è stato visitato ieri dai rappresentati dell’Osce, i quali hanno confermato che si trovano in sacchi di plastica nero, molti con un cartellino di riconoscimento (ma per tanti la cosa non è stata possibile). Tra i molti problemi logistici c’è però quello del funzionamento delle celle frigorifere in temperature esterne che a metà giornata superano facilmente i 30 gradi. Ieri pomeriggio i frigoriferi si erano bloccati a causa della mancanza di carburante. A Torez le autorità garantiscono che entro domattina la cosa sarà risolta.
A loro difesa, i responsabili tra i separatisti di Donetsk si dicono pronti a collaborare con la comunità internazionale per trasportare i corpi al di fuori del loro territorio e facilitare l’inchiesta. Ma nei fatti insistono nel ribadire che la «situazione di guerra» rende tutto più complicato. «A chi pensa che la tragedia dell’aereo malese potrebbe favorire il cessate il fuoco, dico che in effetti non è cambiato nulla. Qui si combatte come prima, ai morti si aggiungono altri morti», ha dichiarato ancora Borodai. I suoi guerriglieri accusano Kiev di aver ingaggiato battaglia anche presso i resti del Boeing abbattuto. Ma non ci sono conferme indipendenti. E nei fatti i separatisti ne approfittano per imporre nuove condizioni ad un eventuale cessate il fuoco. La più rigida chiede il ritiro delle forze lealiste al governo di Kiev dalle regioni conquistate nelle ultime settimane. Una situazione che rende estremamente complicato l’eventuale arrivo di esperti internazionali e delle famiglie delle vittime. In un primo tempo era stato ventilato che potessero raggiungere il luogo della tragedia. Ma ora questa eventualità si fa praticamente impossibile.
Lorenzo Cremonesi



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