La politica del (dis)armo

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Un carico di armi chi­mi­che siriane verrà tra­sbor­dato, domani mer­co­ledì 2 luglio a Gioia Tauro, dalla nave danese Ark Futura a quella sta­tu­ni­tense Cap Ray. È l’ultimo invio, con cui la Siria ha com­ple­tato il disarmo chi­mico, sotto il con­trollo dell’Organizzazione per la proi­bi­zione delle armi chimiche.

Dama­sco ha così man­te­nuto l’impegno preso nel qua­dro dell’accordo rag­giunto con la media­zione di Mosca, che aveva otte­nuto in cam­bio da Washing­ton la pro­messa di non attac­care la Siria. Il tra­sfe­ri­mento e la suc­ces­siva distru­zione delle armi chi­mi­che siriane – dichiara la mini­stra degli esteri Moghe­rini – «potrebbe aprire sce­nari ulte­riori di disarmo e di non pro­li­fe­ra­zione nella regione». Tace però sul fatto che, men­tre la Siria ha rinun­ciato alle armi chi­mi­che, Israele ha costruito un sofi­sti­cato arse­nale chi­mico, che resta segreto poi­ché Israele ha fir­mato ma non rati­fi­cato la Con­ven­zione sulle armi chi­mi­che. Lo stesso ha fatto col pro­prio arse­nale nucleare, che resta segreto poi­ché Israele non ha fir­mato il Trat­tato di non-proliferazione. Tace la Moghe­rini soprat­tutto su come gli Stati uniti con­tri­bui­scono al «disarmo» nella regione: pro­prio men­tre Dama­sco com­pleta il disarmo chi­mico, dimo­strando pro­pen­sione al nego­ziato, il pre­si­dente Obama chiede al Con­gresso 500 milioni di dol­lari per armare e adde­strare «mem­bri oppor­tu­na­mente scelti dell’opposizione siriana». Tipo quelli in mag­gio­ranza non-siriani – reclu­tati in Libia, Afgha­ni­stan, Bosnia, Cece­nia e altri paesi – che la Cia ha per anni armato e adde­strato in Tur­chia e Gior­da­nia per infil­trarli in Siria. Tra que­sti, molti mili­tanti dello Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante (Isis), adde­strati da istrut­tori sta­tu­ni­tensi in una base segreta in Gior­da­nia. Nono­stante che Dama­sco abbia rea­liz­zato il disarmo chi­mico, ed emer­gano altre prove che ad usare armi chi­mi­che in Siria sono stati i «ribelli», Washing­ton con­ti­nua ad armarli e adde­strarli per rove­sciare il governo siriano.

Emble­ma­tica la dichia­ra­zione del sum­mit G7 a Bru­xel­les, che riflette la politica di Washing­ton. Senza dire una parola sul disarmo chi­mico siriano, il G7 «con­danna la bru­ta­lità del regime di Assad, il quale con­duce un con­flitto che ha ucciso oltre 160mila per­sone e lasciato 9,3 milioni in neces­sità di assi­stenza uma­ni­ta­ria». E, defi­nendo false le ele­zioni pre­si­den­ziali del 3 giu­gno, sen­ten­zia che «non c’è futuro per Assad in Siria». Loda allo stesso tempo «l’impegno della Coa­li­zione nazio­nale e dell’Esercito libero siriano di soste­nere il diritto inter­na­zio­nale», men­tre «deplora» il fatto che Rus­sia e Cina hanno bloc­cato al Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu una riso­lu­zione che chie­deva il defe­ri­mento dei gover­nanti siriani alla Corte cri­mi­nale inter­na­zio­nale. Sono dun­que chiari gli obiet­tivi di Washing­ton: abbat­tere il governo di Dama­sco, soste­nuto in par­ti­co­lare da Mosca, e allo stesso tempo (anche tra­mite l’offensiva dell’Isis, fun­zio­nale alla stra­te­gia Usa), deporre il governo di Bagh­dad, distan­zia­tosi dagli Usa e avvi­ci­na­tosi a Cina e Rus­sia. O, in alter­na­tiva, «bal­ca­niz­zare» l’Iraq favo­ren­done la divi­sione in tre tron­coni. A tale scopo Washing­ton invia in Iraq, oltre a droni armati che ope­rano dal Kuwait, 300 con­si­glieri mili­tari con il com­pito di costi­tuire due «cen­tri di ope­ra­zioni con­giunte», uno a Bagh­dad e uno in Kurdistan.

Per con­durre que­ste e altre ope­ra­zioni, defi­nite uffi­cial­mente di «con­tro­ter­ro­ri­smo», la Casa bianca chiede al Con­gresso fondi aggiun­tivi: 4 miliardi di dol­lari per il Pen­ta­gono (soprat­tutto per le sue forze spe­ciali), un miliardo per il Dipar­ti­mento di stato, 500 milioni per «situa­zioni impre­ve­di­bili». In realtà facil­mente prevedibili.



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