Battaglia a Donetsk, colpito un asilo

Battaglia a Donetsk, colpito un asilo

MOSCA. La guerra d’Ucraina arriva anche negli asilo nido. Le bombe di mortaio cadono sui parchi gioco, devastano le aiuole con le giostrine, sfiorano il dormitorio dove trenta bambini stavano per fortuna facendo il riposino pomeridiano, pochi minuti dopo la ricreazione in giardino. Tutt’attorno, i loro genitori, le insegnanti, gli abitanti del quartiere che non sono riusciti a sfuggire per tempo da questo inferno, corrono verso quello che chiamano «rifugio» ma che è in realtà è uno scantinato umido a pochi metri di profondità difeso dalle esplosioni solo da una sottile striscia di calcestruzzo. Qualcuno non ce la fa, viene sorpreso dalle schegge e dai proiettili di ripetute raffiche di mitra che arrivano non si sa da dove.
Il paesino si chiama Makievka ed è un sobborgo di Donetsk, ex “città delle rose”, adesso capoluogo assediato della repubblica ribelle filorussa. L’esercito ucraino deciso a scacciare i secessionisti spara su tutto e su tutti, come ha sempre fatto in questi due mesi. Alla fine restano stese tra le aiuole, tra chiazze di sangue, e pericolosissime granate inesplose, 17 persone. Donne, anziani, un uomo con la tuta da meccanico. Cinque sono già morte, gli altri feriti ma molto gravemente.
I bambini sono salvi per puro caso. Ma il cinismo della propaganda non ha più freni. Un portavoce dei ribelli russi accusa ugualmente Kiev di aver ucciso oltre dieci neonati. Risponde così all’esercito nemico che lunedì aveva addossato ai secessionisti la responsabilità di un attacco a un convoglio di profughi con decine e decine di vittime. Ma di chiunque siano i proiettili e le colpe, l’unica cosa certa è che l’intero bacino carbonifero del Donbass, un tempo ricco e operoso motore dell’Unione Sovietica, è diventato una trappola mortale per decine di migliaia di persone al centro di combattimenti condotti da una parte e dall’altra senza il minimo scrupolo.
Bruciano alla periferia di Donetsk la fabbrica di azoto, i tubi del gasdotto, tre edifici di scuola media (chiuse da mesi) che si trovano troppo vicine all’aeroporto Prokovev, gioiellino realizzato per gli Europei di calcio di appena due anni fa e adesso un cumulo di macerie ripetutamente contese dalle truppe ucraine e dai ribelli.
A Lugansk, altra martoriata capitale della rivolta, le cose vanno anche peggio. I tiri di artiglieria hanno ormai ceduto il passo alle truppe di terra entrate in città per riprendere il municipio roccaforte dei russi. Si combatte per le strade e gli anziani rievocano le scene indelebili nella loro memoria dell’occupazione nazista durante la Seconda guerra mondiale. Sul campo ci sarebbero circa ventimila ribelli, certamente dotati di armi russe arrivate clandestinamente dalla frontiera contro almeno cinquantamila soldati dell’esercito
ucraino con carri armati e blindati e con l’appoggio di aerei da caccia ed elicotteri. La luce elettrica manca da giorni, scarseggia l’acqua potabile, il cibo e, adesso, anche le medicine.
E in questo clima che sembra senza speranze è difficile illudersi per le notizie “politiche” che pure sembrerebbero aprire qualche spiraglio. La più clamorosa è quella di un incontro faccia a faccia tra i due presidenti Putin e Poroshenko. Dovrebbe avvenire martedì prossimo a Minsk, capitale bielorussa. L’occasione è singolare. Si tratta di una riunione dei capi dell’Unione Doganale (Russia, Bielorussia e Kazakhstan) la cosiddetta anti-Ue voluta da Putin e forse la vera origine di tutto il disastro ucraino. Proprio la decisione di Kiev di non aderirvi e di orientarsi verso l’Europa scatenò in ottobre le ritorsioni russe, le proteste di piazza, fino alla rivoluzione di febbraio. Il fatto che Poroshenko abbia accettato di incontrare la controparte, cedendo alle pressioni del Presidente bielorusso Lukashenko, plurisanzionato «ultimo dittatore d’Europa», sembra una grossa apertura e giustifica il «cauto ottimismo» lasciato filtrare dal Cremlino.
Ma la gente dell’Ucraina dell’Est non si fida. Una settimana intera di tempo è un’eternità. Entrambe le parti vorranno arrivare all’incontro in posizione di vantaggio e cercheranno di guadagnare più terreno possibile prima di piegarsi a una trattativa. E dei civili nessuno si cura. Il convoglio umanitario russo, autorizzato formalmente sia da Kiev che da Europa e Stati Uniti, resta sempre fermo alla frontiera. Trasporta viveri, farmaci, tende, generi vari di conforto e personale medico. Ma l’Ucraina continua a temere che possa nascondere una qualche forma di invasione mascherata come quella compiuta appena due mesi fa in Crimea. E continua a frapporre ostacoli tecnici e burocratici. La Russia protesta ma senza troppa determinazione. E la gente d’Ucraina è sempre più sola



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