Burundi. Arrestato l’assassino delle tre suore: «Quel convento era sulla mia terra»

Un sacerdote della missione in Burundi: «La strage ha motivi religiosi»

Riccardo Bruno, Corriere della Sera redazione • 10/9/2014 • Copertina, Internazionale • 779 Viste

Sarebbe stato tradito da uno dei due telefonini portato via dopo aver massacrato le tre missionarie in Burundi. L’ha venduto, ma l’acquirente si è insospettito leggendo i messaggi in italiano. «L’assassino è nelle nostre mani e ha confessato», ha annunciato il colonnello Helménegilde Harimenshi, portavoce della polizia. Si chiama Christian Claude Butoyi e ha 33 anni. Secondo gli inquirenti avrebbe agito da solo e lo avrebbe fatto per vendetta, perché «la parrocchia è stata costruita sul terreno dei miei genitori». L’arrestato aveva con sé anche le chiavi della casa dove alloggiavano suor Lucia Pulici (75 anni), suor Olga Raschietti (83)e suor Bernardetta Boggian (79). Il killer si è introdotto nella struttura di Kamenge, un sobborgo della capitale Bujumbura, ha ucciso le prime due religiose, sgozzandole e infierendo anche con una pietra, poi è tornato nella notte e ha colpito a morte anche suor Bernardetta, decapitandola. La polizia ha confermato che le tre religiose sono state violentate, ma i saveriani smentiscono decisamente che ciò sia vero.
Proprio suor Bernardetta era stata la prima a scoprire nel pomeriggio di domenica i cadaveri delle consorelle. «In cucina — racconta padre Mario Pulcini, superiore dei missionari saveriani a Kamenge — aveva notato una camicia insanguinata e l’aveva riconosciuta come quella di un uomo che un paio di giorni prima si era introdotto in casa e aveva tentato di portarle via l’orologio».
Padre Pulcini è dubbioso che si tratti solo di uno squilibrato. «Quello che ha fatto sulle nostre consorelle è opera sicuramente di un professionista, una persona che sa usare bene il coltello, abituata a compiere torture». Anche all’ipotesi della rapina crede poco. «Proprio domenica erano appena arrivate delle suore di passaggio verso il Congo. Le stanze erano piene di valigie, alcune contenevano anche i fondi raccolti per la missione. Non è stato portato via niente, un ladro non fa così».
Padre Luigino Vitella, un altro dei 4 sacerdoti presenti a Kamenge, è ancora più esplicito. «È stata un esecuzione, penso che dietro ci siano motivi religiosi. La decapitazione non è forse la tecnica che stiamo vedendo in Iraq? Bastonare o lapidare una vittima, non è forse tipico di chi ti punisce perché sei di religione diversa e non ti converti?». Il ministro degli Esteri Federica Mogherini, durante l’audizione in Parlamento, ha invece sottolineato che «non possiamo far finta di niente sul tema gravissimo degli attacchi ai cristiani che in molte parti del mondo sta diventando drammatico».
«Chiediamo una pena giusta ma umana» puntualizza Silvia Marsili, vicaria generale della Casa madre delle saveriane di Parma, dopo aver saputo dell’arresto del presunto killer. «Abbiamo sentito nelle ultime ore troppe parole di vendetta, invece vogliamo che il sacrificio delle nostre sorelle non sia vano e crei un ulteriore occasione di dialogo ed un cammino di riabilitazione per l’autore di questo terribile gesto».
Nella missione di Kamenge c’è comunque apprensione. I quattro custodi sono in stato di fermo, la polizia sospetta che possano nascondere qualcosa. «Adesso ci sono 12 militari che garantiscono la nostra sicurezza, stanno sempre a dieci metri da noi» fa sapere padre Pulcini. Nella parrocchia rimarranno soltanto i sacerdoti, mentre le missionarie andranno via. «Erano quattro, l’unica che si è salvata si sposta in Congo. E non saranno sostituite».
Anche i corpi delle tre vittime lasceranno il Burundi, ma resteranno in Africa. Dopo la celebrazione a Bujumbura, domani le salme di suor Olga, suor Lucia e suor Bernardetta saranno trasportate nel cimitero di Panzi, vicino alla città di Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Accanto a un’altra missione dei saveriani, dove le tre consorelle erano state a lungo. E dove avevano chiesto di essere sepolte.
Riccardo Bruno

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