Un Pd senza compromessi

Articolo 18. «La mediazione va bene, ma non a tutti i costi». E Renzi concede poco o nulla alle minoranze del partito. D’Alema attacca: non si governa con gli spot. Bersani accusa: metodo Boffo contro chi non è d’accordo

Micaela Bongi, il manifesto redazione • 30/9/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 683 Viste

Il momento, come si dice, è deli­cato. La par­tita poli­tica e cul­tu­rale che si gioca sul ter­reno del lavoro non è uno dei tanti scon­tri di casa Pd. E così nelle mino­ranze del par­tito, che arri­vano al Naza­reno in ordine sparso dopo una riu­nione nella quale non è stato pos­si­bile tro­vare una posi­zione uni­ta­ria e dopo l’ennesimo e vano ten­ta­tivo di media­zione con il lea­der della «sini­stra» che vuole dare all’imprenditore la libertà di licen­ziare, sono parec­chi quelli che, spe­rando fino all’ultimo momento, se non in un pareg­gio, in una scon­fitta con­te­nuta o con­te­ni­bile, vor­reb­bero evi­tare la con­trap­po­si­zione fron­tale. Parec­chi, ma non tutti. Sicu­ra­mente non Mas­simo D’Alema.

La dire­zione è comin­ciata con un’ora di ritardo per lasciare spa­zio alle trat­ta­tive, che andranno avanti fino a tarda sera per non appro­dare a nulla. L’ex can­di­dato alla segre­te­ria Gianni Cuperlo, nel suo inter­vento, ha da poco lan­ciato un ultimo appello a Mat­teo Renzi. L’ex segre­ta­rio della Cisl e pre­si­dente della repub­blica man­cato Franco Marini ha appena detto di aver intra­vi­sto nella pos­si­bi­lità di tipiz­zare meglio la discri­mi­na­zione e i motivi disci­pli­nari nei licen­zia­menti (ne ha fatto cenno il premier-segretario) il punto della media­zione pos­si­bile. Ma D’Alema non fa appelli. Di certo non a Mat­teo Renzi: «Sono ammi­rato dall’oratoria del segre­ta­rio, ma per­sino il fascino dell’oratoria tal­volta non rie­sce a far sì che ci sia una qual­che atti­nenza tra una parte delle osser­va­zioni che ven­gono fatte e la realtà». E «io potrei fare una lun­ghis­sima elen­ca­zione di affer­ma­zioni prive di fondamento».

E D’Alema almeno una breve elen­ca­zione la fa: l’articolo 18 non è, come ha detto Renzi nella sua rela­zione, un «tabù» intoc­cato da 44 anni, per­ché dopo la riforma For­nero di appena due anni fa «non esi­ste più» se non come «tutela resi­duale» e prima di inter­ve­nire nuo­va­mente biso­gne­rebbe come minimo effet­tuare quel moni­to­rag­gio che la For­nero aveva pro­messo. Il segre­ta­rio ha detto di non avere come modello la Spa­gna? Pec­cato, pro­se­gue D’Alema, che solo in Spa­gna non c’è il magi­strato che inter­viene per l’eventuale rein­te­gro, e in nome della moder­nità ci si vuole «porre al di fuori del con­sor­zio civile». E ancora: l’intervento sul cuneo fiscale non è, come ha detto ancora il pre­mier, un ine­dito, per­ché «il governo Prodi inve­stì 7 miliardi nella ridu­zione del cuneo». Il miliardo e mezzo in finan­zia­ria assi­cu­rato da Renzi per esten­dere le tutele? «Ne ser­vi­reb­bero 10 volte di più» e «ho molti dubbi su una finan­zia­ria fatta di spot, un miliardo qua, un miliardo là…». E poi Sti­glitz, «evi­den­te­mente rot­tame della sini­stra», con­trap­po­sto ai «gio­vani con­si­glieri» che certo non sono stati« insi­gniti di una cosetta come il Nobel». Con­clu­sione: «Meno slo­gan, meno spot, azione di governo più riflet­tuta», per­ché si può anche «rac­con­tare che l’articolo 18 sta lì da 44 anni, ma ci sono quelli che pur­troppo le cose le sanno».

Insomma, D’Alema non è per la trat­ta­tiva a oltranza per pro­vare a limi­tare i danni, per quanto pos­si­bile. E nem­meno Ber­sani, anche lui all’attacco fron­tale, nel giorno del suo com­pleanno, con­tro «i neo con­ver­titi della ditta» e per­sino «il metodo Boffo» uti­liz­zato con­tro chi esprime dis­senso. E se non c’è lavoro non è per l’articolo 18, que­sta è una bufala, insiste.

Nella mino­ranza però si strin­gono i denti. L’intervento di Renzi non è sem­brato di chiu­sura totale, il pre­mier ha quan­to­meno evi­tato di salire sul cater­pil­lar, si riflette. Ha pro­spet­tato la pos­si­bi­lità di rein­te­gro anche per i licen­zia­menti per motivi disci­pli­nari (fino a ieri sem­brava asse­starsi solo su quelli discri­mi­na­tori, che però non era certo una con­ces­sione per­ché non è l’articolo 18 a esclu­derlo, ma la Costi­tu­zione e la Carta dei diritti dell’uomo). E ha aperto, a modo suo, al con­fronto con i sin­da­cati, invi­tati nella sala verde di palazzo Chigi a par­tire «da domani», per «rac­co­gliere la sfida» su tre punti: nuova legge sulla rap­pre­sen­tanza (offerta che somi­glia a una pol­petta avve­le­nata, visto che su que­sta si era aperto lo scon­tro tra Mau­ri­zio Lan­dini e Susanna Camusso), il sala­rio minimo e il col­le­ga­mento tra con­trat­ta­zione nazio­nale e di secondo livello. Poi Renzi riba­di­sce l’ipotesi di inse­rire una parte del Tfr in busta paga dal primo gen­naio, se sarà garan­tita dalle ban­che liqui­dità alle imprese. Per il resto, molti slo­gan e in realtà non chissà quali aper­ture: «Il com­pro­messo va bene, ma non a ogni costo, non siamo un club di filo­sofi, ma un par­tito che decide e que­sta per me è la ditta»; il «25 mag­gio abbiamo fer­mato l’avanzata dell’antipolitica», gli elet­tori «ci hanno chie­sto di cam­biare l’Italia e l’Europa» e in caso con­tra­rio «potreb­bero fare zap­ping» ed è «nor­male che i poteri, non chia­mia­moli forti, ma ari­sto­cra­tici, cer­chino di ripren­dersi il posto».

Parole che «usava la destra 10 anni fa», inter­viene Pippo Civati. «Una cul­tura poli­tica da anni 80, il cam­bia­mento va fatto in modo pro­gres­sivo» ed «è Renzi ad aver abban­do­nato le posi­zioni del Pd», ricorda Ste­fano Fas­sina. «Il momento è deli­cato», dice appunto Fas­sina, e così a sera alcuni espo­nenti della mino­ranza come Epi­fani, Cesare Damiano, Roberto Spe­ranza, insieme al vice­se­gre­ta­rio Lorenzo Gue­rini lavo­rano ancora a un docu­mento di media­zione. Il gio­vane turco diven­tato pre­si­dente del par­tito, Mat­teo Orfini, ha già visto passi avanti nella rela­zione del segre­ta­rio. Gli altri cer­cano appi­gli in più almeno per aste­nersi. Ma all’orizzonte non si vedono. Si va verso la rot­tura e Renzi comin­cia così la sua replica: «Le discus­sioni sono belle anche quando non siamo d’accordo. Ma alla fine si vota allo stesso modo in par­la­mento. Que­sta per me è la stella polare».

Viene pre­sen­tato l’ordine del giorno che pre­vede il rein­te­gro ovvia­mente per il licen­zia­menti discri­mi­na­tori e per quelli disci­pli­nari, ma non per quello eco­no­mico. La rela­zione del segre­ta­rio viene appro­vata con 130 sì, 20 no e 11 astensioni.

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