«Siamo tornati». Ucciso il secondo reporter Usa, Steven Sotloff

«Siamo tornati». Ucciso il secondo reporter Usa, Steven Sotloff

ERBIL — Un secondo giornalista americano, il 31enne Steven Sotloff, decapitato dai militanti sunniti dello Stato Islamico in Siria. Il video dell’orrore è stato diffuso ieri nel tardo pomeriggio. Come nel caso di James Foley nel filmato della sua uccisione divulgato il 19 agosto, anche Sotloff veste la tunica arancione. Ha i capelli molto corti, ma un poco più lunghi di quando ci venne mostrato dai suoi aguzzini alla fine delle immagini della mattanza di Foley. Anche la barba è più lunga. Ci suggerisce che la sua esecuzione non è stata contemporanea, come invece qualche commentatore ed esponenti dell’amministrazione americana hanno ipotizzato ieri sera. Del resto, il suo carnefice nella parodia assurda in cui vorrebbe giustificare il suo crimine fa alcuni riferimenti temporali molto recenti. Accenna ai bombardamenti americani in Iraq, specie nella zona di Mosul, soprattutto parla di quelli su Amerli, la cittadina di turcomanni sciiti accerchiata dalla guerriglia dello Stato Islamico e liberata solo tre giorni fa proprio grazie all’intervento diretto dell’aviazione Usa. Una visione attenta delle immagini dell’orrore fornisce altri dettagli. Stesso ambiente desertico, pochi arbusti abbarbicati alle colline giallastre. Nel caso di Foley era stato indicato potesse trovarsi alla periferia di Raqqa, la cittadina siriana assurta a capitale delle milizie dello Stato Islamico. Eppure il luogo specifico è nettamente diverso. Foley si trovava sulla cima di una collina. Sotloff è inginocchiato come lui, ma sul fondo di un avvallamento circondato da alture brulle.
Il messaggio invece è praticamente lo stesso: lo Stato Islamico ricatta l’America, se continuerete ad attaccarci a farne le spese saranno i vostri cittadini. Il video dura due minuti e 46 secondi e segue la fattura e la narrativa di quello precedente. Comincia con una sequenza in cui Barack Obama è ripreso mentre promette di continuare «ciò che posso fare per proteggere il proprio popolo e combattere lo Stato Islamico». Segue il titolo: «Secondo messaggio all’America». Quindi appare Sotloff. Parla lentamente, seguendo un discorso memorizzato, oppure leggendo da un testo posto dietro la videocamera, che noi non vediamo. «Questo è il mio messaggio: Obama avevi promesso di proteggere le nostre esistenze. Ma perché io devo pagare per la tua politica? Non sono un cittadino americano? Abbiamo speso milioni di dollari nella nostra guerra contro lo Stato Islamico. Dove sta l’interesse del popolo americano? Avevi promesso di portare le nostre truppe a casa dall’Iraq, dall’Afghanistan e chiudere Guantanamo…ora sei alla fine del tuo mandato e non hai raggiunto alcun obbiettivo». Poi è la volta del boia. Sembra lo stesso di Foley. O comunque questo lui vuole farci credere. Stessa divisa nera, stessa maschera, stesso coltello brandito con la mano sinistra, stessa fondina con la pistola sotto l’ascella sinistra, stesso accento inglese, statura e corporatura molto simili, gestualità quasi eguale.
Soprattutto l’assassino si rivolge al presidente americano come se volesse riprendere il discorso sospeso al momento della morte di Foley. «Sono tornato Obama», dice con voce un poco roca, aggressiva, brutale. «Sono tornato a causa della tua politica estera arrogante nei confronti dello Stato Islamico. Nonostante i nostri avvertimenti, hai continuato a bombardare la diga di Mosul e la città di Amerli. Ora la tua politica è tornata a mettere a rischio la vita di un altro cittadino americano…così come i tuoi missili continuano a colpire la nostra gente, il nostro coltello continuerà a colpire il collo della tua gente». Le frasi sono semplici, elementari, occhio per occhio, dente per dente. Il suo discorso è molto più breve di quello del giornalista. Una volta terminato di parlare, l’assassino fa un passo dietro le spalle dell’ostaggio, con una mano lo ferma al mento e con l’altra taglia la gola. La scena però è interrotta. Come era anche stato nel caso di Foley, la morte appare velocissima, quasi asettica. La vittima sembra accettare il proprio destino con quieta sottomissione. In verità, chiunque abbia assistito a scene di questo genere sa bene che la cosa può essere molto più brutale, con le urla soffocate, i zampilli di sangue, i conati dell’agonia. Tutto questo non c’è. La sequenza seguente mostra il corpo di Sotloff a terra, la tunica arrossata, la sabbia insanguinata, la testa mozzata appoggiata sul petto. Quindi la minaccia finale. L’assassino tiene per la tunica dietro al collo un terzo ostaggio, che è stato riconosciuto come David Cawthorne Haines, un cittadino britannico sparito in Siria nel 2013. Stessi capelli corti, stessa tunica arancione. «Avvisiamo gli Stati Uniti di ritirarsi e non attaccare più lo Stato Islamico», dice il boia. Il ricatto dell’orrore continua.
Lorenzo Cremonesi



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