Sorpresa a Tunisi: la rivoluzione ha voglia di votare

Sorpresa a Tunisi: la rivoluzione ha voglia di votare

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TUNISI Lost in transition? La Tunisia, no. La rivoluzione non russa, anzi è bella sveglia, e quattro anni dopo Ben Ali la prima delle primavere arabe vota senza spari.
Code come nessuno s’immaginava, affluenza al 60 per cento, simile a quella del 2011. La paura del terrorismo, la disillusione per la crisi, la delusione della rivoluzione incompiuta non la spuntano.
Nella notte i laici di Nida Tunis, partito nato solo due anni fa per contrastare gl’islamici di Ennahda, già festeggiano coi clacson il tramonto della mezzaluna e gli exit poll non ufficiali che addirittura li danno dieci punti avanti. Niente di più scivoloso: «Bisogna aspettare i dati del governo», avvertono cauti i cugini tunisini dei Fratelli musulmani, che quattro anni fa sbancarono col 41%. Vero. Anche perché il sorpasso è possibile, ma un vincitore politico non è detto che esca subito.
E dall’estero denunciano già molte irregolarità: in Italia, dove si eleggono tre deputati, il 75 per cento dei tunisini non ha potuto votare perché misteriosamente cancellato o spostato dalle liste elettorali.
La democrazia c’è, il resto è da fare. A una campagna elettorale moscia, è seguito comunque un voto di svolta. Gli ex di Ben Ali tornati a parlare. I salafiti e i socialisti. Le quote rosa garantite dalla nuova Costituzione e la prima candidata col velo totale, che non può fare dichiarazioni e non mostra il volto, pur chiedendo il voto. I ragazzini, ormai cresciuti, che quattro anni fa fecero la Rivoluzione dei Gelsomini.
«O l’Europa o la Libia», dice un volantino distribuito sull’Avenue Bourghiba dall’Unione patriottica del Berlusconi locale, Slim Rihai, milionario presidente di calcio del Club Africain, fautore di liberismo selvaggio. C’è una terza via possibile, fra l’aggancio all’Occidente e il caos? «I prossimi cinque anni saranno decisivi — risponde Rihai, possibile ago della bilancia di future coalizioni —, dobbiamo decidere se rilanciare la nostra economia attraverso sacrifici, oppure cadere nella trappola delle tradizioni e dell’Islam radicale».
La sfida è nel «mondo che ci guarda», avverte il tecnocratico premier Mehdi Jomaa, infilando la scheda nell’urna. Non bisogna ancora scegliere fra tagliatori di spese o tagliatori di teste, perché la Tunisia riceve copiosi aiuti dall’Europa e ha già respinto la sharia e ogni islamizzazione forzata, ma certo questi risultati ci diranno dove si va.
Per legge, tocca al partito vincitore indicare il premier, anche se una complicata macchina elettorale rimanda i giochi al voto di fine novembre per il presidente della Repubblica. S’è già battuto il record mondiale dei pretendenti: 75.
La parola chiave è: consenso. La usano tutti e la grande coalizione sarebbe pronta, sempre che le urne non siano un terremoto politico. «Una cosa è chiara — dice Lina Ben Mehnni, blogger che fece la Primavera —: sulla Tunisia non possono decidere gli stranieri». Ennahda s’ispira all’islamismo turco, s’affida ai pr di Londra, prende soldi dal Qatar. Nida Tunis sogna un modello francese ed è finanziato dagli Emirati. «Questo voto è una pietra miliare della democrazia — dice Obama —, avanti così e vi sosterremo». Quando s’è presentato ai seggi per osservare il voto, però, l’ambasciatore americano Walles s’è trovato la gente a contestarlo: «Vattene! — gli hanno gridato — Questa non è l’America! E neppure il Qatar!».
Francesco Battistini



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