Cosa accade nelle nostre periferie malate?

Cosa accade nelle nostre periferie malate?

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Su que­sta col­li­netta è situato, quasi come un for­tino che domina la valle, un grande inse­dia­mento di edi­li­zia eco­no­mica e popo­lare cir­con­dato dal viale Gior­gio Morandi che let­te­ral­mente si snoda tutt’attorno al com­plesso resi­den­ziale a guisa di un fos­sato e lo col­lega, più a est, con la peri­fe­ria sto­rica di Tor Sapienza. La zona anti­stante, ai piedi della col­li­netta, è occu­pata dal Cen­tro Carni e dalla rimessa degli auto­bus romani, accanto ai quali c’è una vasta area asfal­tata, deser­tica, una sorta di zona franca dove per anni di sera sosta­vano pro­sti­tute e trans cir­con­date da caro­selli di auto­mo­bi­li­sti in cerca di sesso. Se si pro­se­gue sulla via Togliatti verso la Col­la­tina, il pae­sag­gio appare sem­pre più degra­dato: pro­sti­tute pre­va­len­te­mente di colore ai bordi della strada, pic­cole disca­ri­che a cielo aperto, accam­pa­menti sparsi di bar­boni e rom, ten­ta­tivi di orti urbani accanto alla fer­ro­via che da Roma va a Sul­mona. Per­cor­rere di notte que­sto tratto di strada mette una certa paura e nes­suno, comun­que, si avven­tu­re­rebbe mai a salire sulla col­li­netta dove sorge l’insediamento popo­lare iso­lato e temuto quasi fosse un laz­za­retto medie­vale.
Poco vicino, sulla Pre­ne­stina, que­sta volta sì a Tor Sapienza, c’è la grande occu­pa­zione mul­tiet­nica di Metro­plizt diven­tata meta di incon­tri e dibat­titi cul­tu­rali, oltre che sede di bel­lis­simi mura­les rea­liz­zati da famosi arti­sti.
Il «for­tino» di case popo­lari è un grande ret­tan­golo chiuso che richiama alla mente, per il numero di per­sone resi­denti (circa due­mila) e per la sua forma geo­me­trica, il Falan­ste­rio di Fou­rier. Rea­liz­zato negli anni Settanta/Ottanta dalle giunte di sini­stra, in epoca delle lotte per la casa e i ser­vizi, è orga­niz­zato su una grande corte interna (forse la più grande d’Europa) dove ci sono i locali che avreb­bero dovuto ospi­tare i ser­vizi per il quar­tiere e cha mai hanno ini­ziato a fun­zio­nare.
La descri­zione urba­ni­stica è neces­sa­ria se si vogliono capire i motivi degli epi­sodi di così tanta vio­lenza come mai ne sono acca­duti in altre periferie romane. Gli ingre­dienti c’erano tutti: una grande con­cen­tra­zione di per­sone povere e sban­date in un’area ristretta e iso­lata, pro­sti­tu­zione droga e degrado delle aree cir­co­stanti, cen­tro di acco­glienza (che iro­nia que­sto nome!) per immi­grati dall’Africa, dall’Albania e dal Ban­gla­desh, iso­la­mento spa­ziale dell’insediamento rispetto al tes­suto urbano cir­co­stante. Col­lo­care lì gli immi­grati per lo più mino­renni o richie­denti asilo, spae­sati e senza occu­pa­zione, signi­fica accen­dere un cerino in un depo­sito di pol­veri da sparo e così, pur­troppo, è suc­cesso: il depo­sito è sal­tato. Inne­scando una spi­rale di ran­cori subito stru­men­ta­liz­zata da una destra xeno­foba e raz­zi­sta che in città ha sem­pre avuto radici con­si­stenti a par­tire dal ben noto e sto­rico Movi­mento sociale di Gior­gio Almi­rante e dalla sua corte di maz­zieri con i cascami post­mo­derni dei sedi­centi fasci­sti del terzo mil­len­nio di Casa Pound. E’ troppo facile in que­sti casi limi­tarsi a pren­dere le difese delle ragioni degli abi­tanti quanto, al con­tra­rio, con­dan­narli a rango di raz­zi­sti.
E’ l’esplosione di un sen­ti­mento che cova pro­fondo per essere stati abban­do­nati, per essere, quelli da loro abi­tati, luo­ghi che ribal­tano alla cro­naca solo per­ché diven­tano sem­pre più spesso disca­ri­che di rifiuti (come a Cor­colle) o di scarti umani (come ancora a Ponte di Nona, e a Tor­pi­gnat­tara) di una città che si rifà il trucco solo nella sua parte più appa­ri­scente (il cen­tro sto­rico), per il resto essendo il pro­prio corpo (la peri­fe­ria) coperto da pustole, pia­ghe e infet­tato da sto­ri­che pesti­lenze. E così l’unico rime­dio pos­si­bile per sedare la rivolta è quello di tra­sfe­rire i 36 minori ospiti della Coo­pe­ra­tiva «Un sor­riso» in un’altra parte della città come fos­sero pac­chi ingom­branti, merce peri­co­losa, scarti indu­striali vele­nosi men­tre, con­tem­po­ra­nea­mente, si cele­brano i fasti del pro­getto del nuovo sta­dio della Roma accanto al Tevere (altra pol­ve­riera in attesa di esplo­dere) e dei tre grat­ta­cieli fan­ta­sma a for­mare una nuova altra pic­cola città nella grande città post­mo­derna. Per il resto, come assi­cura il que­store, il ter­ri­to­rio verrà pre­si­diato dalle forze dell’ordine cen­ti­me­tro per cen­ti­me­tro.
Spa­zio blin­dato e pre­si­diato pro­prio come ricor­dava Fou­cault in «Sor­ve­gliare e punire: la nascita della pri­gione» nel quale il filo­sofo fran­cese adotta il para­digma della leb­bra per spie­gare l’esclusione: si tratta di met­tere i leb­brosi fuori dalla città, di creare una netta divi­sione tra il fuori e il den­tro per rin­cor­rere l’ideale della comu­nità pura che costi­tui­sce il modello di quello che Fou­cault chiama la «Grand enfer­me­ment».
Ricor­dava lo scorso anno Zagre­bel­sky a pro­po­sito della buona poli­tica: se il potere non si dà un fine che lo tra­scende, se le sue leggi non s’identificano con la vita buona dei cit­ta­dini in gene­rale, quale che essa sia, non c’è poli­tica e tanto meno ci può essere demo­cra­zia. Nel nostro tempo non c’è una Pòlis — giu­sta città per natura e neces­sità — che a noi toc­chi di rico­no­scere, difen­dere e accre­scere. Rico­struirla, anche que­sto, è com­pito di una nuova sini­stra che ancora non c’è.



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