Bruxelles, scoppia il caso Francia La Ue rinvia gli esami sui conti

Bruxelles, scoppia il caso Francia La Ue rinvia gli esami sui conti

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BRUXELLES «Calma stabilità in tempi di crisi»: così Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha intitolato un suo discorso, l’altro giorno. Se alludeva ai piani di stabilità dei vari Paesi in attesa della sentenza di Bruxelles, il sogno è già in frantumi. Il piano della Francia, le sue minacce di infrangere i limiti imposti dall’Ue al deficit pubblico, sta provocando una vera implosione all’interno della Commissione europea. Tutti contro tutti, o almeno così pare. Con la promessa sentenza che è già slittata a fine settimana, anzi forse sospesa fino a una data da definirsi per tutti i Paesi dell’eurozona (fonti ufficiose danno comunque per confermato il via libera condizionato al piano dell’Italia). E con l’Eurogruppo, il vertice dei ministri delle Finanze dell’euro che avrebbe dovuto seguire a ruota, rinviato all’8 dicembre, secondo quanto pubblicherà oggi il giornale economico tedesco «Handelsblatt»: 8 dicembre, Immacolata Concezione, giorno festivo per metà dell’Europa cattolica, e soprattutto giorno lontano come un secolo, viste le emergenze in corso. E visto anche che dopodomani, subito dopo la visita a Strasburgo del Papa, Jean-Claude Juncker dovrà spiegare all’Europarlamento dove troverà i 300 miliardi promessi per rilanciare la crescita. In tanta nebbia, l’unica cosa data per (quasi) certa è che Belgio, Spagna, Portogallo e Austria, oltre alla Francia, rischiano la bocciatura oppure il rinvio a marzo come l’Italia.

La versione più semplice su quanto sta accadendo dice che la Germania non accetta il «lassismo» di chi vorrebbe concedere a Parigi — come già a Roma — un’assoluzione e una prova di riparazione a marzo. Non lo accetta, proprio perché ha già dovuto ingoiare la clemenza concessa a Roma. La Francia, appoggiata dall’Italia e dai Paesi del Centro-Sud, punta i piedi: in sostanza, non riconosce il nocciolo del «Fiscal compact» e degli altri patti di bilancio patrocinati da Berlino. E il suo «no» può essere interpretato anche come uno schiaffo ad Angela Merkel. Ma poi c’è la versione più complessa: Berlino e Parigi hanno già trovato un compromesso, con la prima capitale che sostiene le deroghe ai bilanci chieste dalla seconda, e con quest’ultima che promette di realizzare le riforme strutturali a lungo rinviate.
Qualunque sia la verità, la Germania è rappresentata nella Commissione dal potente commissario Ue all’Economia e alla Società digitale, Guenther Oettinger, che l’altro ieri ha chiesto «rigore» contro Parigi e ha frustato un certo «Paese deficitario recidivo». La Francia è rappresentata dal commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, solo in apparenza un «timido» e in realtà altrettanto agguerrito. Ma altri sono in campo dietro le quinte, a cominciare da Angela Merkel e François Hollande. L’orizzonte fiammeggia. Eppure, l’eurozona è anche un mondo di specchi: da quando è stato varato il piano di Crescita e Stabilità, solo 4 nazioni hanno sempre rispettato i limiti sul deficit. E nonostante tutte le violazioni, la Commissione europea non ha mai appioppato una vera sanzione finanziaria a un Paese-membro. Così, forse, si può anche sognare una «calma stabilità in tempi di crisi».
Luigi Offeddu


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