Jobs act, minoranza pd verso l’intesa La rabbia di Landini: «Presa in giro»

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ROMA L’accordo sul Jobs act, la riforma del mercato del lavoro, è più vicino. Dopo la mediazione dentro il Pd e la levata di scudi del Nuovo centrodestra, ulteriori trattative vanno nella direzione giusta. Lo ha sottolineato Matteo Renzi e lo ha detto ieri anche Angelino Alfano: «Con il Pd si rischiano marce indietro, ma l’accordo è in via di conclusione». Anche la minoranza del Pd, salvo poche eccezioni, sembra sul punto di accettare il compromesso. Anche per questo ieri il leader della Fiom, Maurizio Landini, si è scagliato con forza contro la mediazione. Definita «una presa in giro, che serve solo ai parlamentari per conservare il loro posto, non ai lavoratori e alla difesa dei loro diritti». A differenza del segretario della Cisl, Annamaria Furlan: «Le modifiche al Jobs act vanno incontro alle nostre richieste».
L’attacco di Landini è diretto alla minoranza del Pd, che sembra convergere con il segretario Matteo Renzi, pur tra i distinguo. Ne sarà una dimostrazione plastica la sfilata dei nomi di peso che si presenteranno oggi all’iniziativa di Milano organizzata da Area riformista. Componente che vede schierati Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Maurizio Martina, Guglielmo Epifani e Cesare Damiano. Tutti esponenti critici, fino all’altro ieri, e che ora hanno smussato molto i loro attacchi. Bersani, ai suoi, ieri spiegava: «La mediazione è un bel passo avanti, anche se ci sono altre cose da correggere». Riferimento alle risorse per gli ammortizzatori sociali e alle tipologie contrattuali. L’ex segretario del Pd resta scettico: «Fosse stato per me, non avrei riaperto la questione dell’articolo 18». Ma così è stato e la mediazione che accetta le decisioni della maggioranza della Direzione è «un fatto positivo». Anche per questo Bersani oggi farà un appello all’unità, perché «si resti con due piedi dentro il partito». Posizione che si estende anche alla questione della legge elettorale: «Alla fine le cose sono cambiate, evidentemente le nostre richieste non erano così campate in aria». Come la parità di genere, la soglia d’ingresso e le preferenze. Anche se resta da correggere il meccanismo che prevede «ancora troppi nominati».
Posizioni non dissimili da quelle di Guglielmo Epifani: «Io non avrei toccato l’articolo 18, ma la mediazione ha ottenuto di non far mettere la fiducia. Tutto quello che si modifica per recuperare un diritto è un fatto positivo». Più cauto Alfredo D’Attorre: «C’è stata una sterzata molto forte sul metodo. Ma il punto cruciale è quante risorse mettiamo sugli ammortizzatori». Restano le diffidenze di Stefano Fassina (che però ha parlato di «passo avanti»), di Gianni Cuperlo e di Pippo Civati. Quest’ultimo rimane della sua opinione: «Renzi ha fatto un passo indietro, ma il testo da molto brutto è passato a brutto. Non mi aspettavo certo la rivoluzione culturale cinese e così è stato. Non mi va giù che Renzi possa dire di avere abolito l’articolo 18: voterò contro».
Non tutto è chiarito. E lo dimostra la disputa sui licenziamenti disciplinari con Ncd e minoranza Pd ancora critici su alcuni punti delle modifiche. Restano contrari al Jobs act Lega e M5s. Compreso l’ex grillino Luis Orellana, che al Senato non ha mai votato la fiducia al governo Renzi né al Jobs act, ma ha dato il via libera, insieme alla maggioranza, alla nota di variazione del Def.
Alessandro Trocino


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  1. deadbolt Leslie
    deadbolt Leslie 24 Ottobre, 2016, 13:23

    You are Great…..

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