«La mia Tunisia moderata accetta tutti (Italia in testa)»

Essebsi ha battuto gli islamisti alle urne: il passato non torna

Francesco Battistini, Corriere della Sera redazione • 22/12/2014 • Copertina, Internazionale • 786 Viste

 TUNISI. Mabrouk, scrive l’ Economist : congratulazioni Tunisia, «Paese dell’anno». Nuova Costituzione, urne no stop, diritti alle donne. E da oggi un presidente scelto dal popolo. Un caso unico, nel disastro delle primavere arabe: «La Tunisia ha preso una sua strada, siamo musulmani moderati che accettano tutti…». L’avvocato Beji Caid Essebsi, per i giornali Bce, porta occhiali da sole che valgono più d’un manifesto politico: uguali a quelli che usava Habib Bourghiba, padre della Tunisia moderna. Un vezzo. Con Bourghiba, Bce condivise il governo e la stessa idea di Tunisia.
A 88 anni, ha sorpreso tutti per la rapidità con cui ha fondato il partito Nidaa Tounes e s’è preso il Paese, quasi trasformando la Rivoluzione dei Gelsomini in una seconda indipendenza: «Ma no — obbietta al Corriere —, la rivoluzione è stata una tappa nella storia. Abbiamo avuto i liberali del Destour, poi Bourghiba. Ora tocca a noi. Gli ultimi vent’anni con Ben Ali hanno deviato la nostra marcia riformista verso uno Stato moderno. Spero d’avere la forza per arrivarci».
Lei è il primo leader d’una Primavera araba che abbia bloccato gl’islamisti con regolari elezioni.
«Io voglio essere il presidente di tutti i tunisini. La Primavera araba è un’altra cosa. Questo Paese ha fatto una rivoluzione tunisina, non araba. Ponevamo il problema della libertà e la libertà, si sa, non ha frontiere. Però lo scopo non era d’intromettersi negli affari dell’Egitto o della Libia. Se vogliono prendere esempio, facciano. Ma sia chiaro: noi non esportiamo rivoluzioni».
Perché i Fratelli musulmani hanno fallito?
«Hanno tentato di risolvere i problemi. Ma una soluzione va accettata dalla volontà popolare e quella non era la soluzione che i tunisini cercavano. Quel che va bene per alcuni, non deve per forza andar bene a tutti».
Ma farà coalizione con loro?
«Bisogna aspettare i dati definitivi. Il governo attuale sta in carica fino a gennaio, poi ci saranno i ricorsi e un premier da proporre: almeno un mese. Non so se faremo coalizione con loro, ma non è urgente. E poi non sono più solo: devo consultarmi con gli alleati».
L’accusano di riportare al potere i benalisti…
«Dentro Nidaa Tounes, nessuno s’è compromesso con Ben Ali. E lo stesso Ben Ali è già stato processato e condannato. Noi continueremo a cercare di recuperare i soldi finiti all’estero».
Ma prima di rompere con Ben Ali, lei fu suo portavoce: salva qualcosa di quel regime?
«Non prendo posizioni di principio, devo governare il Paese con la nuova Costituzione. Mi smarco non dalle persone, perché non ha senso, ma dalle politiche terribili dell’epoca di Ben Ali. Non guiderò il Paese da dittatore, ma da cittadino fra i cittadini. Credete che alla mia età voglia prendermi tutto?».
Nei quattro anni dopo la rivoluzione, avete sentito la vicinanza dell’Occidente?
«L’Occidente ha salutato il nuovo modello di società tunisina, poi però non ci ha offerto molto. Di noi s’è occupato il Fondo monetario, che fa il suo lavoro: il sostegno politico è un’altra cosa».
Lei ha detto che rompere con Assad fu un errore. Riaprite l’ambasciata a Damasco?
«Lo deciderà il governo, ma io farò tutto il possibile in questa direzione. I principi di dialogo, ai quali voglio tornare, possono dare risultati».
La Tunisia è il Paese che dà più volontari al jihadismo…
«Il terrorismo è una sfida. Cercheremo la verità sugli esponenti politici uccisi negli ultimi due anni, il silenzio sulle loro morti è un’umiliazione per il nostro popolo. Con un Paese vicino come l’Algeria, le relazioni sono migliorate proprio nella cooperazione sulla sicurezza».
L’altro vicino è la Libia.
«La Libia è un problema enorme. Non esiste più uno Stato, solo gruppi armati. Un accordo tocca ai libici: sono contrario a ogni intervento esterno. Forse, è pensabile un’azione regionale con Algeria, Mali, Niger, Egitto… Ma non possono esserci forze militari straniere, solo un intervento politico che preme a tutti, Italia compresa».
La Tunisia è il primo Paese visitato da Renzi premier…
«Siete i nostri vicini più vicini. Voi ci capite e noi vi capiamo. Lo sa che i miei avi venivano dalla Sardegna? Continueremo a incoraggiare le aziende italiane perché delocalizzino qui».
È il leader più anziano dopo Mugabe, il re saudita, Napolitano ed Elisabetta II. Non le pesa un mandato di 5 anni?
«Napolitano e la regina hanno svolto un ruolo fondamentale nella stabilità di Italia e Regno Unito. L’età non mi disturba: la giovinezza è uno stato dello spirito. Adenauer ha guidato la Germania in età avanzata».
Per non dire di Bourghiba: tiene il suo busto nello studio.
«Sono cose importanti. Il prestigio d’uno Stato si restaura con l’equilibrio delle istituzioni, con la qualità degli uomini e con la maestà dei monumenti. La statua sull’Avenue Bourghiba, la via principale di Tunisi, è una questione nazionale…».
Quale statua?
«L’Avenue si chiamava Jules Ferry, dal presidente francese del protettorato, e aveva una statua di Ferry con un beduino ai suoi piedi. Con l’indipendenza fu messo un monumento equestre di Bourghiba, ma Ben Ali lo fece togliere. Che senso ha l’avenue Bourghiba senza Bourghiba? C’era anche una statua del cardinale Lavigerie, primate d’Africa. Oggi lì c’è Ibn Khaldoun, il padre della sociologia moderna, e per fortuna l’hanno lasciato. Bourghiba e Kaldoun. Questo è il messaggio: siamo gente aperta, c’interessa la conoscenza. Ora che la storia s’è ripresa lo spazio della cronaca, se la statua di Bourghiba torna dove stava, significa che la Tunisia torna ai suoi figli».
Presidente Essebsi, lei è l’erede di Bourghiba?
«Bourghiba non ha eredi. Però vengo dalla sua scuola e ho imparato molto».

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