A Bil­bao per i prigionieri politici

Paesi Baschi. La tecnica della «dispersione» è utilizzata con lo scopo preciso di disintegrare i legami politici e umani dei prigionieri e rimarcare la differenza tra i detenuti «sociali» e quelli «politici»

Davide Angelilli, il manifesto redazione • 11/1/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1083 Viste

BILBAO.  Come accade ogni gen­naio, quando l’anno è ancora in punta di piedi, il movi­mento popo­lare basco già prende la rin­corsa. Ieri, per i diritti dei dete­nuti e delle dete­nute, sono scese in piazza cen­to­mila per­sone. A Bil­bao sono arri­vati oltre 250 auto­bus pro­ve­nienti da tutti gli angoli dei Paesi Baschi, anche nume­rosi soli­dali dall’Italia e da altri stati euro­pei. Sono pas­sati più di tre anni dalla deci­sione di Eta di porre fine alla lotta armata. Lo scorso mag­gio alle ele­zioni euro­pee, la sini­stra indi­pen­den­ti­sta – rac­colta nella coa­li­zione Bildu – si è con­so­li­data come seconda forza poli­tica nella Comu­nità Auto­noma Basca e in Navarra, unendo pro­po­ste poli­ti­che alternative.

Men­tre gli ultimi son­daggi in terre basche danno in tra­iet­to­ria ascen­dente Bildu, con Pode­mos, la cit­ta­di­nanza vive con sem­pre mag­gior disap­pro­va­zione l’atteggiamento repres­sivo dello Stato spa­gnolo che – dicono — boi­cotta il pro­cesso di pace. Lo scorso dicem­bre, la Ertzain­tza, la poli­zia auto­noma basca, ha fatto irru­zione nel tra­di­zio­nale mer­cato di Ger­nika per arre­stare la gio­vane Jone Ame­zaga, accu­sata di «apo­lo­gia del ter­ro­ri­smo» per aver attac­cato uno stri­scione. Di fronte alla resi­stenza di com­pa­gni e amici della ragazza, la vio­lenta attua­zione poli­zie­sca aveva cau­sato diverse ferite a un’anziana di 94 anni, evi­den­ziando l’atteggiamento ostile al dia­logo delle isti­tu­zioni spa­gnole e il «lavoro sporco» del Par­tido Nacio­na­li­sta Vasco.

 

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Sare – la rete di soli­da­rietà con i pri­gio­nieri poli­tici – è stata la prin­ci­pale pro­mo­trice della gior­nata. Nata lo scorso anno, rac­co­glie cit­ta­dine e cit­ta­dini con diverse sen­si­bi­lità poli­ti­che ma acco­mu­nati dall’impegno per costruire social­mente una riso­lu­zione del con­flitto che tenga conto di tutte le sue con­se­guenze. Chie­dono un cam­bio radi­cale nella poli­tica peni­ten­zia­ria adot­tata dal governo spa­gnolo: la fine dell’isolamento e della disper­sione; la messa in libertà dei pri­gio­nieri gra­ve­mente malati e sopra ai set­tanta anni; la fine di misure ecce­zio­nali che non rispet­tano i diritti umani. «Siamo coscienti che la sof­fe­renza deri­vata da tanti anni di scon­tro rimane sulla pelle di chi ne ha sof­ferto le con­se­guenze – scri­vono – però, men­tre qui scom­pa­iono le cause di nuove sof­fe­renze, per­si­ste e si aggrava il dolore di migliaia di per­sone: le dete­nute e i dete­nuti baschi, i loro cari e le loro famiglie».

«Biso­gna sot­to­li­neare que­sta incon­gruenza – dice con fer­vore Ira­txe Uri­zar, avvo­ca­tessa dell’Osservatorio basco per i Diritti Umani – tra la dire­zione che si ostina a pren­dere il governo spa­gnolo, con quello basco che gli va die­tro, e la cit­ta­di­nanza che non smette di lot­tare, tanto per il rico­no­sci­mento isti­tu­zio­nale di tutto ciò che ha signi­fi­cato il con­flitto, quanto per la fine di que­ste insen­sate e per­si­stenti misure d’eccezionalità che si acca­ni­scono sui detenuti».

Ad oggi, sono 463 le dete­nute e i dete­nuti poli­tici baschi. Sparsi in 44 pri­gioni, prin­ci­pal­mente in ter­ri­to­rio spa­gnolo e fran­cese. Tra loro ci sono una doz­zina di malati gravi, e casi di lungo iso­la­mento totale. Que­sto, per esem­pio, il caso di Jon Enpa­ran­tza, dete­nuto per­ché «avvo­cato di Eta», che vive da più di dieci mesi una con­di­zione d’isolamento totale.

Il cor­teo è soprat­tutto una mani­fe­sta­zione civica di vici­nanza a chi non solo è pri­vato della libertà, ma anche di diritti fon­da­men­tali come la salute. «Sare, come nuovo movi­mento popo­lare, spiega Ira­txe — s’è fatta pro­mo­trice della gior­nata di lotta, ma a scen­dere in piazza è un estratto sociale ancora più ampio, che oltre a dimo­strare il con­senso per la riso­lu­zione sociale del con­flitto, rende visi­bile la tra­ge­dia della disper­sione per le fami­glie, che que­sto fine set­ti­mana rinun­ciano alle visite per mar­ciare die­tro lo stri­scione». Nell’applicare la poli­tica peni­ten­zia­ria, il governo spa­gnolo e fran­cese uti­lizza la tec­nica della disper­sione per disin­te­grare i legami poli­tici e umani dei pri­gio­nieri e rimar­care la dif­fe­renza tra i dete­nuti sociali e poli­tici. Nella pra­tica, la disper­sione estende la con­danna ai cari di chi è die­tro le sbarre.

Pro­prio lo scorso otto­bre, ha com­piuto quin­dici anni Miren­t­xin: una rete popo­lare di tra­sporto soli­dale che, gra­zie a un’associazione che si occupa di con­durre e man­te­nere dei fur­gon­cini, per­mette ad alcuni fami­gliari di visi­tare i loro cari nelle lon­tane pri­gioni dove si trovano.

E solo un mese prima, uno stu­dio rea­liz­zato da diversi medici e psi­chia­tri aveva appli­cato il Pro­to­collo di Istan­bul, una meto­do­lo­gia ela­bo­rata dall’Onu, alle qua­ran­ta­cin­que denunce di tor­tura di atti­vi­sti poli­tici baschi, dichia­ran­dole «veri­tiere». La com­mis­sione con­tava anche della par­te­ci­pa­zione di alcuni esperti dell’Onu per la pro­mo­zione e pro­te­zione dei diritti umani nella lotta con­tro il ter­ro­ri­smo, Ben Emmer­son e Juan E. Mén­dez, che hanno defi­nito lo stu­dio come un passo in avanti «verso la tra­spa­renza e il rico­no­sci­mento dei diritti».

«Ma il governo spa­gnolo si gira dall’altra parte o ignora com­ple­ta­mente anche que­sti orga­ni­smi: fir­mano gli accordi inter­na­zio­nali ma non li rispet­tano», spiega ancora Ira­txe. «Lo scorso sette otto­bre, il Tri­bu­nale dei diritti di Stra­sburgo ha con­dan­nato per l’ennesima volta il regno di Spa­gna per non inda­gare sulle denunce pre­sen­tate dai cit­ta­dini baschi, Oihan Ataun e Bea Etxe­bar­ria. Così siamo giunti a cin­que con­danne emesse da que­sto tri­bu­nale con­tro il governo spa­gnolo e in difesa di cit­ta­dini baschi».

Nello sguardo della gio­vane Ira­txe si legge lo spi­rito della mani­fe­sta­zione, con appas­sio­nata deter­mi­na­zione ci tiene a pre­ci­sare che la denun­cia della gio­vane atti­vi­sta ha col­pito molto per la bru­ta­lità dei fatti. «Bea­triz Etxe­bar­ria denun­ciò al Cpt (Com­mit­tee for the Pre­ven­tion of Tor­ture, del Con­si­glio euro­peo) di essere stata aggre­dita ses­sual­mente durante le prime ore dell’arresto, quando le assurde misure d’eccezionalità per­met­tono di tenere il dete­nuto senza con­tatti con nes­suno». Invece, Oihan Atun, l’altro pri­gio­niero che ha pre­sen­tato la denun­cia, ancora deve essere processato.

Per il fiume umano che scende verso la parte sto­rica di Bil­bao, si incro­ciano mille cor­renti. Dall’allegra ribel­lione delle ragazze più gio­vani, alla fer­mezza incal­lita dei nonni col baschetto; dalla curio­sità dei bam­bini che si guar­dano intorno dal pas­seg­gino alla com­po­stezza delle anziane donne che nascon­dono tenerezza.

Sono i mille volti soli­dali di que­sti indi­geni d’Europa; sono le facce della com­ples­sità, della plu­ra­lità e della mol­te­pli­cità di un movi­mento che rie­sce a farsi popolo in un cor­teo, delle sue nuove sfide in que­sto nuovo ciclo che si è aperto. Sor­ri­dendo emo­zio­nata arriva Nerea. «Per­ché noi gio­vani atti­vi­sti baschi siamo cre­sciuti in una situa­zione d’eccezionalità. Siamo arri­vati a rite­nere nor­mali cose che sono assurde: per ultimo il pro­cesso a ven­totto gio­vani accu­sati di appar­te­nere a Segi», la vec­chia orga­niz­za­zione gio­va­nile basca. «Li abbiamo accom­pa­gnati a Madrid al pro­cesso, e per for­tuna alcuni già sono stati dichia­rati inno­centi. Ma per altri sedici ancora deve arri­vare la sen­tenza. È un con­ti­nuo trauma, per noi, per le nostre fami­glie, per ciò vogliamo con deter­mi­na­zione che fini­sca que­sta situa­zione repressiva».

Men­tre si guarda intorno orgo­gliosa per la par­te­ci­pa­zione, Nerea, che ha ven­ti­due anni, spiega: «Non mi sento nazio­na­li­sta, ma indi­pen­den­ti­sta e per que­sto rivo­lu­zio­na­ria, come i gio­vani curdi che oggi com­bat­tono a Kobane per la loro indi­pen­denza». Più parla, più crolla la timi­dezza che si tra­sforma in fervore.

«Si è aperto un nuovo ciclo e dob­biamo con­ti­nuare a lot­tare, per­ché siamo orgo­gliosi della nostra sto­ria di sini­stra e volen­te­rosi per il nostro futuro».

L’ottobre scorso, Adolfo Pérez Esqui­vel — l’argentino pre­mio Nobel per la pace — ha dichia­rato che man­te­nere in pri­gione Arnaldo Otegi (lea­der sto­rico della sini­stra indi­pen­den­ti­sta) e i suoi com­pa­gni del par­tito socia­li­sta Herri Bata­suna (Unione Popo­lare), reso ille­gale nel 2003, rap­pre­senta una «offesa con­tro l’umanità».

Men­tre in un altro deli­cato pro­cesso di pace, quello colom­biano, il nego­zia­tore della Farc ha lan­ciato un monito: «La pace non è il silen­zio dei fucili». Lo sa bene chi lotta per la libe­ra­zione nazio­nale e sociale nei Paesi Baschi. Qui die­tro, nell’Europa libe­rale, dove spesso die­tro lo Stato di diritto si cela il diritto dello Stato a casti­gare il cambiamento.

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