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Pensioni, mini-assegni da 173 euro

Primi 50 mila calcoli con il metodo contributivo previsto dalla riforma Dini La proposta delle Acli: bisogna reintrodurre l’integrazione al minimo

Lorenzo Salvia, Corriere della Sera redazione • 24/1/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 2434 Viste

ROMA Luca ha 55 anni, fa l’operaio e guadagna 830 euro al mese. Campa decentemente e intanto spera di trovare qualcosa di meglio. Ma poi arriva una brutta malattia. L’Inps certifica la sua «assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa» e con 12 anni di contributi gli riconosce la pensione di invalidità: fanno 192 euro e 17 centesimi al mese. Appena un quarto della cifra che gli farebbe raggiungere la soglia di povertà. A Stefano è andata pure peggio: ha 36 anni, un figlio piccolo di due che va all’asilo. La moglie muore all’improvviso e il suo stipendio di cassiera del supermercato, arrivato dopo sei anni a mille euro al mese, si trasforma in pensione di reversibilità: sono 107 euro e 90 centesimi al mese. E qui il confronto con la soglia di povertà è meglio non farlo.
Non sono eccezioni, Luca e Stefano. Ma la regola. Una regola vecchia di 20 anni che però adesso comincia a far vedere i suoi effetti non solo sulla tenuta dei conti pubblici ma anche sulla vita delle persone. Luca, Stefano e la sua sfortunata moglie hanno cominciato a lavorare dopo il 1995, dopo che il governo Dini ha introdotto il sistema contributivo, cioè il calcolo della pensione basato solo sui contributi versati nel corso della vita e non più sulla media degli ultimi stipendi. E ha eliminato la cosiddetta integrazione al minimo, cioè l’aggiunta di soldi da parte dello Stato che si mette una mano sulla coscienza quando l’assegno è troppo basso. Una differenza non da poco visto che, con l’integrazione, Luca e Stefano avrebbero portato a casa 502 euro al mese. Sempre sotto la soglia di povertà ma non in modo così clamoroso.
Dicono i dati dell’Inps che finora sono state 51 mila le pensioni liquidate con le nuove regole, praticamente tutte di invalidità o di reversibilità visto che per quelle di vecchiaia bisognerà aspettare ancora diversi anni. Il loro importo medio è di 173 euro al mese. Se in Germania ci sono i mini jobs, insomma, in Italia abbiamo le mini pensioni. Talmente basse che non bastano nemmeno a sopravvivere. Per questo la Fap, la Federazione anziani pensionati delle Acli, le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, chiede di ripristinare l’integrazione al minimo per gli assegni calcolati con il solo metodo contributivo. La loro proposta, presentata ieri a Roma, dice che a tutti deve essere garantito un «minimo vitale»: 7 mila euro l’anno, circa 580 al mese. Applicato alle pensioni liquidate finora con le nuove regole, l’integrazione scatterebbe una volta su tre, in 15 mila casi. Perché gli altri hanno un assegno più alto o altre forme di reddito che fanno comunque superare l’asticella. Al momento l’integrazione costerebbe 75 milioni di euro l’anno. «Soldi che si potrebbero trovare in quel fondo per le pensioni più basse previsto nella legge di Stabilità», dice il sottosegretario al Welfare Luigi Bobba, a lungo presidente delle Acli.
Lo stesso Bobba promette di discuterne presto con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che solo due giorni fa aveva parlato di «problema sociale» proprio sulle pensioni. Restano da definire, però, i costi futuri dell’operazione, quando le nuove mini pensioni saliranno inevitabilmente di numero. «In realtà le nostre proiezioni – spiega Damiano Bettoni, direttore della Federazione anziani Acli – dicono che il loro numero crescerà ma non di molto». In termini tecnici si dice che c’è un alto tasso di sostituzione: chi ha una pensione di invalidità di solito non ha una lunga aspettativa di vita. Con le mini pensioni, forse, ancora meno.
Lorenzo Salvia

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