Il governo “ingaggia” i sindacati nel Jobs Act se piazzano i disoccupati il servizio è retribuito

Dopo il contratto a tutele crescenti, l’esecutivo prepara i nuovi decreti attuativi della riforma. Cambia il collocamento

FEDERICO FUBINI E ROBERTO MANIA, la Repubblica redazione • 2/3/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 2271 Viste

ROMA . Una nuova vocazione per i sindacati nel ruolo di agenzie, remunerate dallo Stato e impegnate a reinserire i disoccupati in nuovi posti di lavoro. Se necessario, operando anche in regime di concorrenza aperta e trasparente con le multinazionali del settore come Manpower o Adecco.
Manca solo la firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (potrebbe arrivare oggi) perché nei prossimi giorni entri in vigore la prima fase della riforma del lavoro, quella sul contratto flessibile a tutele crescenti. Nel frattempo nel governo si stanno preparando gli altri decreti per attuare la legge-delega di dicembre scorso, quella che fissa le linee di fondo del Jobs Act. Fra i cantieri aperti, uno in particolare è certamente destinato a riaprire il confronto fra Palazzo Chigi e i sindacati e, se tutto andrà come previsto, a trasformare il ruolo delle parti sociali in Italia. Entro l’inizio di maggio il governo deve approvare il nuovo assetto delle “politiche attive”, le strutture destinate a prendere in carico i disoccupati e aiutarli a trovare un nuovo impiego. È su questo fronte che a Palazzo Chigi si sta preparando un’offerta ai sindacati: anch’essi, anzi soprattutto loro, potrebbero operare come vere e proprie agenzie per l’impiego e incassare il premio previsto per ciascun ricollocamento riuscito di un disoccupato. La sola condizione è che l’impiego sia assicurato in base al nuovo contratto a tutele crescenti.
Che funzioni o meno sul tessuto dell’economia italiana, un’idea del genere ha implicazioni politiche evidenti: coinvolgere e cointeressare le rappresentanze dei lavoratori, favorevoli o contrarie al Jobs Act, alla messa in opera della riforma. L’effetto immediato in realtà può anche spiazzare le confederazioni e metterle di fronte a dilemmi laceranti. La Cgil, da sempre avversa all’impianto del Jobs Act ma anche al modello del “sindacato di servizi”, difficilmente potrebbe accettare l’offerta del governo di agire a sostegno del collocamento per i disoccupati. Ma pure per il sindacato di Susanna Camusso chiudersi in una torre d’avorio rischia di diventare sempre più complicato, soprattutto se le altre confederazioni aderiranno al progetto e ne deriveranno tutti i benefici finanziari e nell’aumento, indiretto, degli iscritti.
L’impianto di fondo resta quello proposto più di un anno fa al governo di Enrico Letta da Pietro Ichino, il senatore eletto con Scelta Civica e ora passato al Pd. Ichino guarda al modello olandese: ogni disoccupato riceve un sussidio e viene preso in carico da un centro pubblico per l’impiego, che poi lo affida a un’agenzia per il lavoro. Quest’ultima può anche essere privata e no-profit, e verrà remunerata dal centro per l’impiego con un voucher quasi tutto pagabile solo in caso di successo. Se il disoccupato rifiuta uno o più posti, l’agenzia lo segnala al centro per l’impiego che potrà ritirargli l’assistenza. Quando invece l’agenzia riesce a rimettere il disoccupato al lavoro, potrà incassare un voucher che varia in base alla difficoltà del caso. Ricollocare i lavoratori più specializzati può fruttare in media circa 950 euro, il voucher sui meno qualificati potrebbe valerne circa 2.500, mentre sui casi più difficili in assoluto non è impossibile arrivare a premi da 6.000 euro all’agenzia per il lavoro. La competenza su queste scelte sarà solo statale con la riforma del federalismo in Costituzione attesa per il 2016, ma condivisa con le Regioni nel frattempo.
Il punto di svolta è nei criteri di selezione per accreditare le agenzie per l’impiego. Palazzo Chigi è orientato a richiedere un profilo che corrisponde da vicino a quello dei grandi sindacati: una struttura a rete su tutto il territorio nazionale, stretti rapporti con le realtà produttive di ogni regione, una buona capacità di bilancio. Possono essere operatori for profit come Manpower, ma anche privati no profit come le parti sociali. Per i sindacati può diventare un’occasione irripetibile di radicare la propria presenza e rafforzare il bilancio. Oggi le confederazioni vivono una pressione finanziaria notevole, a maggior ragione dopo i tagli nell’ultima Legge di stabilità: il fondo per i patronati sindacali, che sbrigano pratiche per pensionati o cassaintegrati, è sceso di 35 milioni di euro.
Certo il sistema può essere aperto anche ad associazioni come Confagricoltura o quelle degli artigiani. E in realtà già oggi la Uil, per esempio, è attiva in alcune aree del Sud nel collocamento delle badanti. Ma non ci sono premi in denaro in caso di successo, un’opzione lontana dalla cultura anche dei sindacati più aperti sul Jobs Act. «È un bene che partano le politiche attive e siamo disposti a favorirle in organismi bilaterali con le imprese – dice Luigi Petteni della Cisl – ma non accetterei mai di guadagnare ricollocando un lavoratore». Perplesso anche Guglielmo Loy della Uil. Serena Sorrentino, responsabile delle politiche del lavoro della Cgil, preferisce invece non entrare nel merito: «È già tutto nella legge delega sul Jobs Act», si limita a dire.

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