Tfr in busta paga, la svolta di Renzi ad aprile è un flop

La rivo­lu­zione di Renzi sul Trat­ta­mento di fine rap­porto (Tfr)nella busta paga dei lavo­ra­tori dipen­denti è un flop

Mario Pierro, il manifesto redazione • 31/5/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 822 Viste

I dati della Fon­da­zione con­su­lenti del lavoro par­lano chiaro: su circa un milione di retri­bu­zioni esa­mi­nate nel primo mese dall’entrata in vigore della norma, solo 567 dipen­denti (lo 0,0567%) hanno chie­sto all’azienda l’anticipo del Tfr fino a giu­gno 2018. Di que­sti 567 solo il 10%, dun­que 56 per­sone in tutta Ita­lia, hanno tolto il Tfr da un fondo pen­sione inte­gra­tivo, negli altri casi il Tfr era desti­nato all’Inps poi­ché dipen­denti di aziende con più di 50 dipendenti.

La moti­va­zione di que­sto rifiuto a unirsi alle vacue ricette di Renzi sono le tasse troppo alte nel 60% dei casi. L’anticipo è assog­get­tato a tas­sa­zione ordi­na­ria e non a quella sepa­rata, più favo­re­vole, pre­vi­sta sulle liqui­da­zioni di fine car­riera. Per l’Osservatorio della Fon­da­zione dei con­su­lenti del lavoro dovrebbe essere neu­tro per i lavo­ra­tori con un red­dito fino a 15 mila euro e aumen­tare pro­gres­si­va­mente per chi ha 90 mila euro di red­dito, circa 600 euro l’anno, oltre 1.800 euro in meno circa per il periodo aprile 2015-giugno 2018.

«Que­sto insuc­cesso — sostiene la Pre­si­dente del Con­si­glio Nazio­nale dei Con­su­lenti del Lavoro Marina Cal­de­rone — è la dimo­stra­zione che la poli­tica ha la per­ce­zione delle esi­genze del mondo del lavoro ma non è in stretto con­tatto con chi parla tutti i giorni con lavo­ra­tori e imprese. La bontà del prov­ve­di­mento è apprez­za­bile, ma non la sua strut­tura tec­nica poi­ché la tas­sa­zione appli­cata a que­sta misura ne ha deter­mi­nato il suo insuc­cesso fino ad oggi».

«Ave­vamo pre­ven­ti­vato una scarsa ade­sione — con­ti­nua — Il dato non ci stu­pi­sce». Il 75% di chi ha fatto richie­sta del Tfr in busta paga vive al Cen­tro nord, il 25% al Sud. Il 43%, è impe­gnato nel com­mer­cio, nel ter­zia­rio e nel turi­smo, il 18% nell’industria, il 9% nella pic­cola indu­stria, il 12% all’artigianato, il 18% rien­tra in altre cate­go­rie. Il 50% ha un red­dito di 30mila euro.

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