Torturati in Polo­nia e trasferiti a Guantanamo. Varsavia paga il conto

Corte europea. Ok a sentenza di condanna per le “extraordinary rendition” della Cia. 100 mila dollari al palestinese Abu Zubaydah e 130 mila al saudita Al-Nashiri

Giuseppe Sedia, il manifesto redazione • 17/5/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 713 Viste

La Polo­nia ha deciso di rispet­tare uno dei punti della sen­tenza della Corte euro­pea dei Diritti dell’Uomo. Var­sa­via ha infatti accet­tato di pagare un risar­ci­mento a due dete­nuti a Guan­ta­namo, vit­time del pro­gramma di con­se­gne straor­di­na­rie della Cia durante l’amministrazione Bush jr. La Polo­nia, che eleg­gerà il suo pre­si­dente al bal­lot­tag­gio di dome­nica pros­sima, resta infatti l’unico paese euro­peo ad aver aperto un’inchiesta sui black sites gestiti dall’intelligenza americana.

Al pale­sti­nese Abu Zubay­dah, arre­stato in Paki­stan e tor­tu­rato poi da agenti della Cia in ter­ri­to­rio polacco, andranno 100.000 dol­lari. Il sau­dita Al-Nashiri, con­si­de­rato l’architetto dell’attentato esplo­sivo con­tro il cac­cia­tor­pe­di­niere Uss Cole affon­dato nel Golfo di Aden il 12 otto­bre 2000, rice­verà un ver­sa­mento di 130.000 dollari.

Entrambi erano tran­si­tati in un “buco nero” deten­tivo, eretto a Stare Kie­j­kuty, un vil­lag­gio nella regione della Terra dei laghi della Masu­ria. Una strut­tura finan­ziata dagli ame­ri­cani anche gra­zie ai 15 milioni di dol­lari che due agenti della Cia avreb­bero con­se­gnato con le pro­prie mani in una vali­gia diplo­ma­tica a un fun­zio­na­rio polacco dell’Agencja Wywiadu (AW).

Oltre a con­fer­mare indi­ret­ta­mente le vio­la­zioni com­piute sul suo ter­ri­to­rio, la scelta di pagare da parte di Var­sa­via stride con la pre­ce­dente deci­sione di fare ricorso alla Grande Camera della corte. Pur rifiu­tan­dosi di col­la­bo­rare con Stra­sburgo, il governo aveva giu­di­cato pre­ma­turo il ver­detto del tri­bu­nale emesso a luglio scorso in virtù del fatto che Var­sa­via non ha ancora con­cluso le pro­prie indagini.

Una mossa priva di coe­renza che suona come un’ammissione di col­pe­vo­lezza, ma spie­ga­bile con il fatto che la Polo­nia ha abban­do­nato ogni spe­ranza di rove­sciare la sentenza.

Inol­tre, il governo non ha alcuna fretta di chiu­dere una lun­ghis­sima inchie­sta avviata 7 anni fa e coperta da segreto di Stato. Intanto Var­sa­via nella pro­pria ver­sione uffi­ciale ha sem­pre con­ti­nuato a negare l’esistenza del sito di Stare Kiejkuty.

Si tratta comun­que di una pic­cola vit­to­ria anche per Miko­laj Pie­tr­zak, avvo­cato pro bono di Al Nashiri, tenuto al dovere di segre­tezza e riser­va­tezza nei con­fronti del sau­dita. Non è ancora stato chia­rito in quale modo il denaro sarà tra­sfe­rito al sau­dita ancora dete­nuto nella base navale ame­ri­cana. Ma secondo Pie­tr­zak il risar­ci­mento non è il punto chiave della sentenza.

«Vedremo se il governo terrà dav­vero fede ai pro­pri impe­gni. La com­pen­sa­zione pecu­na­ria è il punto meno impor­tante tra quelli indi­cati nella sen­tenza di Stra­sburgo. La Polo­nia dovrebbe com­piere ogni sforzo diplo­ma­tico per scon­giu­rare che Al Nashiri sia con­dan­nato a morte negli Stati Uniti, non­ché impe­gnarsi nel ren­dere piu effi­cace e tra­spa­rente la pro­pria inda­gine», ha spie­gato al mani­fe­sto Pietrzak.

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