Le parti ormai sono vicinissime Ma già si aprono i fronti interni

Le parti ormai sono vicinissime Ma già si aprono i fronti interni

Se la politica europea fosse guidata solo dalla logica dei numeri, non ci sarebbero dubbi sull’esito dell’incontro di oggi fra Alexis Tsipras e i suoi creditori. Il leader greco e quelli degli altri governi dell’euro ormai sono divisi nel negoziato da una differenza infinitamente più piccola di quella che farebbe la rottura: per arrivare a un accordo a questo punto servono da una parte e dall’altra concessioni per poche centinaia di milioni, in un’area monetaria da diecimila miliardi di euro. Qualora invece i colloqui fallissero, il futuro di tutta l’area tornerebbe sotto una nube nera e in poche ore si scatenerebbe una tormenta destinata a riportare la Grecia indietro di decenni.
Se qualcosa l’Europa ha insegnato in questi anni, è che i suoi leader non decidono sempre sulla base dei numeri. Eppure quelli distesi oggi sul tavolo di Bruxelles davanti a Tsipras, alla cancelliera Angela Merkel, al presidente francese François Hollande, a Matteo Renzi e agli altri, almeno per ora sono tutt’altro che intrattabili. I creditori hanno già rinunciato a discutere subito di nuove riforme del mercato del lavoro in Grecia e hanno ridotto di un bel po’ le pretese che Atene mantenga un avanzo di bilancio al netto degli interessi senza precedenti nella storia: adesso si punta a un surplus dell’1% del Pil per quest’anno, del 2% o poco più nel 2016 e intorno al 3% in seguito.
Anche Tsipras e il suo ministro dell’Economia Yanis Varoufakis hanno capito che devono concedere molto di più. Non ci sono arrivati troppo presto: con loro al timone le imprese fornitrici non sono mai state pagate dallo Stato, la produzione industriale è caduta in ognuno degli ultimi sei mesi, l’economia è tornata in recessione dopo un 2014 positivo e le banche hanno subito un’emorragia di oltre 30 miliardi di depositi dai 164 di appena sette mesi fa. È questa la realtà che ha piegato Tsipras, e non solo perché senza accordo le banche martedì rischiano di chiudere. Alla lunga il deflusso di risparmi verso l’estero minaccia anche di ribaltare gli equilibri politi ci: ieri un sondaggio Avgi ha confermato che il 65% dei greci in un referendum voterebbe per l’euro; ma cresce in fretta il numero di coloro che trarrebbero vantaggio in Grecia da una nuova dracma svalutata, perché ormai hanno i propri fondi depositati in euro in Lussemburgo o in franchi in Svizzera.
Tsipras non ha più tempo e ora l’ha capito, perché domani proporrà delle concessioni. Accetterà di alzare l’età del ritiro a livelli europei per tutti i lavoratori dal 2016 e non più solo tra dieci anni. Offrirà di alzare le aliquote sulle tasse per i ceti medio-alti, che oggi sono più basse di quelle tedesche, francesi o italiane. Proporrà anche un’imposta straordinaria sulle imprese che hanno utili netti superiori al mezzo milione di euro, così eventualmente spingendo per la prima volta persino gli armatori greci a pagare le tasse.
In contropartita il premier greco chiede un impegno di Merkel e degli altri leader a rivedere il fardello del debito, e sarà la parte più dura del confronto. Mariano Rajoy, il premier conservatore spagnolo che ha davanti a sé elezioni probabilmente a novembre, è il più deciso a concedere ai greci il meno possibile: teme che a qualunque piccolo pezzo di successo di Tsipras si aggrappi in Spagna Podemos, il nuovo movimento di sinistra radicale, per guadagnare credibilità e fare il pieno di voti. È probabile dunque che, in caso di accordo, il vertice si limiti a reiterare che si è pronti a condonare qualcosa sui tassi d’interesse sul debito di Atene quando la Grecia ridurrà il deficit ancora di più.
A quel punto i leader, qualora davvero facciano prevalere la logica, torneranno ciascuno nella propria capitale con compiti difficili. Nell’immediato il solo modo perché Atene possa saldare 1,6 miliardi al Fondo monetario il 30 giugno sarà permetterle di emettere nuovi titoli a breve per farli comprare dalle banche greche. Intanto Tsipras dovrà attuare l’intesa europea, con un governo in cui circa metà dei ministri è contro l’euro: non è un caso se ieri il premier li ha già riuniti, in vista di un passaggio parlamentare che si presenta durissimo. Gli altri leader europei dovranno convincere i propri governi e in cinque casi i parlamenti (incluso il Bundestag) a nuovi esborsi per permettere alla Grecia di sopravvivere all’estate. Quindi in autunno si negozierà alla luce del sole un nuovo programma da circa 40 miliardi e, passato il voto in Spagna, di nuove ristrutturazioni del debito. E nel migliore dei casi la Grecia resterà ancora nell’euro nella sua forma attuale: quella di una ferita aperta.
Federico Fubini


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