Marc Augé: “Solo un Piano Marshall per l’immigrazione potrà salvare l’Europa”

Marc Augé. “Le nostre paure derivano dalle troppe lacerazioni del Vecchio continente. E se la politica non sarà in grado di affrontare l’emergenza, bisognerà rivolgersi all’Onu”

FABIO GAMBARO, la Repubblica redazione • 16/6/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 1135 Viste

PARIGI. «L’EMERGENZA immigrazione rivela tutte le nostre debolezze e paure». Per l’antropologo Marc Augé, quello che accade in questi giorni tra il Mediterraneo e l’Europa è il sintomo di una società in difficoltà, senza più progetti e convinzioni forti. «Le tensioni provocate dall’arrivo dei migranti rivelano soprattutto il malessere acuto dei nostri paesi», spiega lo studioso francese autore di diversi saggi, tra cui Le nuove paure (Bollati Boringhieri) e
L’antropologo e il mondo globale (Raffaello Cortina). «Di conseguenza, la politica interna interferisce con un problema d’ordine planetario che bisognerebbe affrontare globalmente con la cooperazione di tutti. Naturalmente sarebbe meglio risolvere la questione alla fonte, nei paesi da cui partono i migranti, solo che non ne siamo capaci. Anche perché per troppo tempo abbiamo lasciato deteriorare una situazione le cui conseguenze esplodono oggi, producendo problemi che non possono essere affrontati con misure improvvisate ».
Cosa bisognerebbe fare?
«Ci vorrebbe una politica europea forte e coraggiosa, ma l’assenza e l’immobilità dell’Europa è evidente. Da qualche tempo, le divisioni e le paure lacerano il continente, tanto che alcuni vorrebbero perfino reintrodurre le frontiere interne. Invece, se si rinunciasse alle reazioni emotive, si potrebbe cercare di valutare i problemi razionalmente e ipotizzare innanzitutto alcune soluzioni immediate d’ordine umanitario per garantire l’accoglienza e la protezione dei migranti. Queste soluzioni a breve avrebbero però senso solo se contemporaneamente si cercassero anche soluzioni di lungo periodo. Ad esempio immaginando una grande iniziativa collettiva, una sorta di piano Marshall dell’immigrazione. A un problema d’ordine planetario occorre rispondere con una politica globale di cui i paesi più ricchi d’Europa dovrebbero farsi promotori».
Per far questo ci vorrebbe un’Europa più sicura di sé…
«Invece l’Europa si scopre debole, divisa e incerta di fronte a un problema che in termini numerici non è certo insormontabile, se solo ci fosse la volontà politica. Ma un’Europa senza solidarietà è un’Europa che non ha più senso. Certo, tutto ciò ha un costo, che deve essere stimato. L’Europa unita è ancora essere sufficientemente forte per provarci. Se però non è in grado, allora accetti la propria sconfitta e lasci intervenire l’Onu».
Oggi compassione e solidarietà sono spesso considerate un sintomo di ingenuità e debolezza…
«Sì, ed è disdicevole. Per paesi che si richiamano ai diritti dell’uomo, la solidarietà dovrebbe essere normale, senza dimenticare che è anche vantaggiosa, visto che una parte non indifferente del nostro Pil è prodotto dagli immigrati».
Perché i migranti suscitano ancora tanta paura nell’opinione pubblica?
«Prima di tutto perché sono l’esempio vivente dello sradicamento. Hanno lasciato il loro luogo d’origine e ciò, per noi che viviamo nel culto delle radici, è una sorta di sacrilegio. Come tutti i nomadi, ci costringono a rimettere in discussione l’idea che un uomo sia legato per sempre alle proprie radici, ricordandoci che un giorno anche noi potremmo trovarci sradicati. Questa paura dello sradicamento è particolarmente sentita nel mondo globalizzato di oggi. Da qui le reazione identitarie di coloro che s’identificano ossessivamente a un luogo, tanto da volerlo preservare a tutti i costi dall’arrivo degli altri».
I migranti sono l’immagine di una vulnerabilità che un giorno potrebbe essere la nostra?
«Certamente. E la presenza pubblica della loro miseria ci terrorizza, perché la crisi la rende una possibilità concreta anche per noi. Nella loro immagine si rispecchiano le nostre paure, rivelando tutto il paradosso di una mondializzazione che lascia circolare le merci, il denaro e le informazione, ma non le persone».
Cosa pensa delle eventuali missioni militari contro i trafficanti?
«Le reti di trafficanti devono essere combattute vigorosamente, ma la risposta non può essere solo militare. Occorre creare condizioni per viaggi più sicuri, mettendo a disposizione delle navi e magari organizzando dall’altra parte del Mediterraneo l’accoglienza dei migranti e la raccolta delle domande d’asilo politico. Occorre trovare soluzioni nuove all’altezza della fase di transizione in cui ci troviamo, tra la fine del vecchio mondo e la nascita di un mondo nuovo, quello dell’umanità planetaria. Di fronte a questa vasta e dolorosa transizione, gli individui si sentono soli, senza strumenti e senza protezione. Cercano quindi un capro espiatorio cui attribuire le colpe di tali situazione, aiutati da demagoghi, populisti e xenofobi di ogni tipo che provano a sfruttano le loro paure. Di fronte a questa situazione, i politici dovrebbe assumersi le loro responsabilità, invece di correre dietro l’opinione pubblica».

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