Dai contratti agli scioperi i piani del governo per rivoluzionare le regole del lavoro

Se le parti sociali non troveranno un accordo in tempi brevi l’esecutivo è pronto stabilire per legge i nuovi criteri Possibili soglie nella rappresentanza sindacale sia per le trattative (5%) che per le astensioni dall’attività (30%)

PAOLO GRISERI, la Repubblica redazione • 20/8/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 879 Viste

ROMA Prossima tappa, la rivoluzione del lavoro. Chiuso il capitolo jobs act,il governo si prepara in autunno a mettere mano alle regole della contrattazione. «E’ auspicabile che le parti sociali trovino l’accordo tra di loro. Certo, se questo non accadrà, diventerà inevitabile un intervento ex cathedra » dell’esecutivo, conferma Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia. Al ministero del lavoro sottolineano che, al momento, la materia è delegata a sindacati e organizzazioni degli imprenditori «così come aveva detto lo stesso premier in giugno » incontrando le parti sociali. Ma i tempi stanno diventando stretti. Le proposte che circolano in queste settimane nelle due commissioni lavoro di Camera e Senato sono le carte che da questo autunno potrebbe giocare il governo per cambiare profondamente le regole del gioco.
Il nodo principale da sciogliere è quello della rappresentanza: chi e quando ha il diritto di trattare con le controparti e firmare accordi che poi riguardano tutti i dipendenti, che siano o no iscritti ai sindacati? Questione importante perché finisce per decidere i sommersi e i salvati nelle fabbriche e negli uffici a partire dai prossimi mesi. Questione che rende decisivo capire quanti siano davvero i tesserati delle diverse organizzazioni sindacali e quale sia, di conseguenza, il consenso di cui godono nei luoghi di lavoro. Sull’argomento le proposte del presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano e quella del senatore Pietro Ichino, politicamente spesso distanti pur appartenendo ambedue al Pd, hanno punti di convergenza importanti. Prevedono sostanzialmente una soglia di sbarramento del 5 per cento di rappresentanza per potersi sedere al tavolo delle trattative. Come si misura? Soprattutto in base ai risultati delle elezioni dei delegati perché molto più difficile è conoscere dalle aziende, attraverso l’Inps, il numero di dipendenti che sono iscritti a questo o quel sindacato. In ogni caso, escludendo le sigle che rappresentano meno del 5 per cento della forza lavoro, si eviterebbe la partecipazione alle trattative di molte piccole organizzazioni. Soglia di sbarramento anche per poter firmare un accordo: dovrà essere approvato dal 50 per cento più uno dei lavoratori o dei delegati sindacali. Infine sarà quasi inevitabile, per comune ammissione delle diverse anime della maggioranza di governo, mettere una soglia di sbarramento per il diritto di sciopero: «E’ immaginabile – dice Damiano- che si possa stabilire una soglia di approvazione tra il 30 e il 40 per cento dei lavoratori coinvolti». Un referendum per decidere se scioperare o no. Ma questo arriverà probabilmente solo per i dipendenti dei pubblici servizi come gli addetti ai trasporti. Difficilmente si potranno stabilire soglie di sbarramento per la proclamazione dello sciopero nelle aziende private che non abbiano ruolo nei servizi pubblici. Si esclude anche, nella maggioranza di governo, l’ipotesi di seguire il sistema americano che prevede di consegnare a un unico sindacato, scelto con elezioni cui possano partecipare tutte le sigle, il diritto a trattare per tutti. Ipotesi difficile da percorrere perché in Italia la Cgil tratterebbe per tutti nella gran parte dei luoghi di lavoro. «Ipotesi alla quale io sarei contrarissimo – dice Damiano- perché credo nel pluralismo sindacale». Ipotesi che lo stesso Ichino definisce «poco adatta alla situazione italiana».
La discussione sulla rappresentanza è solo un pezzo della rivoluzione. Sarà tanto importante definire chi ha diritto di trattare in quanto sarà sempre più importante il ruolo dei contratti aziendali e territoriali. Secondo Ichino «si dovrebbe arrivare a un sistema in cui il contratto aziendale può sostituire completamente il contratto nazionale, come in Germania». Si tratteranno così in fabbrica non solo i salari ma anche orari di lavoro e livelli di inquadramento. «L’obiettivo – spiega Maurizio Sacconi – è quello di rendere il sistema meno rigido. Oggi in Italia il contratto nazionale determina il 90 per cento della retribuzione». In Germania invece il 26 per cento della busta paga è legato ai contratti aziendali. L’ipotesi di sostituire integralmente il contratto nazionale con quelli aziendali non piace alla sinistra Pd perché finirebbe per disegnare, nei contratti, un’Italia a due velocità con il lavoro pagato di più nelle aziende ricche (quasi tutte al Nord) e salari bassi nelle altre. Nella sostanza si teme che togliendo importanza al contratto nazionale si possa aprire la strada alle vecchie gabbie salariali con le zone economicamente più deboli che hanno contratti molto più poveri. «Del resto – sostiene Ichino – avere una busta paga da 800 euro a Reggio Calabria significa vivere abbastanza bene mentre con quei soldi a Milano si fa la fame. Oggi non si tratta di ripristinare le vecchie gabbie ma, al contrario, di liberare la contrattazione aziendale dalla gabbia del contratto nazionale».
L’autunno della rivoluzione del lavoro promette un aspro dibattito. «Una delle riforme che i sindacati potrebbero realizzare subito – dice Baretta- è quella dei contratti. Oggi sono quattrocento , bisognerebbe ridurli di molto e anche aggiungere nuove categorie. Perché manca, ad esempio, il contratto dei lavoratori dell’informatica?».

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