Ilva

Il mostro ferito chiamato Ilva ora Taranto tenta il riscatto

Una lunga crisi sfociata in disastro ambientale e avvelenamento, con la produzione ai minimi storici

GIULIANO FOSCHINI, la Repubblica redazione • 5/8/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 760 Viste

L’ex colosso dell’acciaio. Una lunga crisi sfociata in disastro ambientale e avvelenamento, con la produzione ai minimi storici, le aziende dell’indotto soffocate dai debiti e i cinesi che abbandonano il progetto del porto
 TARANTO. Bisogna tornare indietro di sessant’anni quasi. E arrivare al vecchio sindaco democristiano Angelo Monfredi che nel 1959 così raccontava: «Alla notizia la città esultò. Fu scomodato persino un completo bandistico che portò in ogni rione l’annuncio tanto atteso. La città cominciava finalmente a guardare al suo futuro con maggiore serenità. Chi alzò un dito allora per dire che il IV centro siderurgico stava per nascere? Nessuno. C’era fame di buste paga, di posti di lavoro, di tranquillità economica, di serenità. Se ce lo avessero chiesto avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino». Sessant’anni di Italsider e Ilva dopo, Taranto è diventata invece questa qua: un animale ferito, quasi ucciso, da quel mostro che accolsero con la banda in piazza. Lo raccontano le carte giudiziarie (disastro ambientale, omicidio plurimo, avvelenamento di cibo, animali, eccetera eccetera), lo si legge sui muri della città (“Ilva boia”), lo si trova nelle storie della gente, storie di malattie, di dolori, di sogni spezzati. E ora lo si comincia a trovare anche nei numeri dell’economia perché dopo anni in cui l’acciaio ha dato da mangiare a tutta la città, in buste paga o in mazzette, oggi il siderurgico è al minimo storico di produzione, con le aziende dell’indotto che chiudono soffocate dei crediti non pagati dal vecchio siderurgico, i cinesi che abbandonano il progetto del rilancio del porto ma comprano a quattro soldi le case del quartiere Tamburi, quelle inquinate che non vuole più nessuno.
Qualche numero: nel 1980 31mila persone, tra azienda e indotto, lavoravano per l’Italsider. La produzione a pieno regime era di 11 milioni di tonnellate all’anno, tredicesimo nel mondo, dietro cinesi, coreani e russi, secondi in Europa soltanto a Duisburg. Il fatturato annuo ai tempi dei Riva oscillava tra gli 11 e i 15 miliardi di euro, con una percentuale altissima di esportazione. In sostanza, la grande industria dell’acciaio era qui, a due passi dal ponte girevole. E ora? «Ora le cose sono cambiate…» si stringe nelle spalle il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. L’Ilva è andata in amministrazione straordinaria con tre miliardi di debiti, circa duemila creditori aspettano duecento milioni. Lo stesso Cesareo, imprenditore metalmeccanico, con alcune aziende che lavoravano nell’indotto, ha «crediti per qualche milione di euro». «La crisi dell’Ilva vale il 2,7% del Pil nazionale — spiega il numero uno locale degli industriali — Il 90% di quello della provincia di Taranto». Crisi dell’Ilva significa che oggi le 11 milioni di tonnellate di produzione si sono ridotte sotto i 5, che i dipendenti non superano i 14mila e che il rientro al lavoro di 300 persone oggi, che un altoforno sta per riaprire dopo i lavori di ambientalizzazione, viene festeggiato come un evento. Non con la banda. Ma quasi.
Ma il problema per Taranto, è chiaro, non è quello che accadrà oggi. Ma quello che succederà domani. Il premier Renzi ci “aveva messo” la faccia, arrivando a Taranto tra i primi impegni da presidente. Ha poi delegato il suo sottosegretario, Claudio De Vincenti, a occuparsi del caso mettendo sul piatto 600 milioni di euro non solo per Ilva. Anzi, non per Ilva. Ma per il turismo, la cultura. «Soffriamo — continua il presidente di Confindustria — la crisi dell’Arsenale Militare con il progressivo depauperamento delle risorse. E l’incredibile storia del porto ». In pochi anni si sono perse 300 grandi navi all’anno, che invece dovevano raddoppiare secondo l’intenzione della Tct (Taranto container terminale), società partecipata dai tawanesi, che doveva rendere Taranto il secondo porto dell’Italia meridionale: serviva però il risanamento e il dragaggio dei fondali per l’attracco delle navi transoceaniche. C’erano anche i soldi, ma la burocrazia non è riuscita a fare le opere in tempi accettabili. E allora i taiwanesi sono andati via.
E’ la maledizione del Mostro, sembra Medusa: chiunque lo guardi, diventa pietra. Gli investimenti, le pecore che pascolavano, la gente che ci viveva. Si può sopravvivere? Può esserci un futuro a Taranto? La stessa domanda posta a cinque soggetti diversi trova risposte sorprendenti. «Sì, nessun dubbio » — dice il nuovo commissario straordinario di Ilva, Piero Gnudi — Siamo convinti che ci siano ancora le condizioni per un rinnovato ruolo di Ilva come acciaieria moderna, compatibile con l’ambiente, efficiente e di qualità. Il governo e tutti noi, commissari e lavoratori di Ilva siamo impegnati a completare rapidamente questo processo: fra qualche giorno riparte l’altoforno 1 ambientalizzato e rinnovato, entro il prossimo anno ripartirà l’altoforno 5. Se non ci saranno intoppi nel 2016 torneremo in pareggio e dal 2017 in utile. Ilva e i suoi 14 mila dipendenti sono pronti a tornare ad essere protagonisti in Europa». “Sì” risponde Confindustira. «Ma non solo con Ilva. Insieme con i sindacati abbiamo presentato un master plan nel quale chiediamo sviluppo turistico e culturale, certo. Ma anche un’industria di tipo diverso: un accordo di programma per il porto, l’aerospazio». “Sì” risponde anche Francesco Bardinella della Fiom. «Ma lo sviluppo è civiltà. E allora non si deve più morire di lavoro e per il lavoro», con gli occhi lucidi dopo la morte di nemmeno due mesi fa di Alessandro Morricella, travolto da una colata di lava bollente mentre era in Altoforno. “Sì” dice anche Vincenzo Fornaro, il pastore che ha visto uccidere il suo gregge perché pascolava troppo vicino all’Ilva, e ora su quei campi ha piantato canapa, perché “pulisce” e perché si “può produrre senza inquinare”. E “sì” risponde anche Alessandro Marescotti, il leader di Peacelink, la coscienza ambientalista di questa città, l’uomo che forse più di tutti ha portato la parola “consapevolezza” in questa terra. E ora combatte per un altro vocabolo: «Riconversione. Usiamo i soldi per la bonifica, due miliardi circa, e costruiamo la prima vera smart city italiana».
Sessant’anni dopo, a Taranto, c’è soltanto da scegliere qual è il “sì” giusto.

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