L’altra Syriza : «Un nuovo inizio»

Grecia. Lafazanis durissimo contro Tsipras. L’incognita Konstantopoulou e Varoufakis. Non ci sarà neppure un congresso. Da oggi gruppi separati, nascerà un «Fronte anti-Memorandum»

Angelo Mastrandrea, il manifesto redazione • 21/8/2015 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1082 Viste

Il primo passo dei dis­si­denti sarà l’uscita dai ran­ghi di Syriza e la for­ma­zione di un auto­nomo gruppo par­la­men­tare. Paral­le­la­mente vedrà la luce, nei tempi rapidi indotti dal pre­ci­pi­tare della crisi di governo, quel fronte anti-Memorandum al quale ave­vano fatto appello, appena una set­ti­mana fa, dodici per­so­naggi di altret­tante orga­niz­za­zioni della sini­stra isti­tu­zio­nale ed extra­par­la­men­tare. Sarà il «nuovo ini­zio» del quale ha par­lato l’altro ieri il lea­der della Piat­ta­forma di sini­stra Pana­io­tis Lafa­za­nis, una forza poli­tica «di sini­stra e patriot­tica» che si rivol­gerà a tutto il popolo che ha votato «no» al refe­ren­dum. Le parole duris­sime dell’ex mini­stro dell’Energia hanno rap­pre­sen­tato forse la goc­cia che ha fatto tra­boc­care il vaso per Ale­xis Tsi­pras, indu­cen­dolo a rom­pere gli indugi e spiaz­zare tutti indi­cendo ele­zioni anti­ci­pate subito dopo aver rim­bor­sato 3,2 miliardi di euro alla Bce e aver rica­pi­ta­liz­zato le ban­che per dieci miliardi, met­tendo in sicu­rezza la Gre­cia. «Il governo ha vol­tato le spalle ai prin­cipi e alle lotte di migliaia di mem­bri e fun­zio­nari di Syriza, non­ché alle spe­ranze del mondo demo­cra­tico pro­gres­si­sta», aveva detto Lafazanis.

Una rot­tura che era nell’aria, che spacca tra­sver­sal­mente Syriza e pro­vo­cherà lace­ra­zioni umane forti e pro­blemi pra­tici di non poco conto, per un par­tito all’antica, com­po­sto di sezioni e mili­tanti, molto radi­cato nei quar­tieri così come nelle orga­niz­za­zioni sociali (basti pen­sare alle decine di ambu­la­tori e far­ma­cie autor­ga­niz­zate nate negli anni della crisi). Non è solo una forza poli­tica che va in crisi, ma un modello vin­cente sia sul piano interno che per le rie­mer­genti sini­stre euro­pee: una coa­li­zione «poli­fo­nica e con­trad­dit­to­ria» come ama­vano defi­nirla, capace in pochi anni di diven­tare il primo par­tito della Grecia.

A poco è ser­vito l’appello del novan­ta­duenne ex par­ti­giano Mano­lis Gle­zos, che pur cri­ti­cando radi­cal­mente le deci­sioni della diri­genza aveva invi­tato il par­tito a «rin­sa­vire» e discu­tere, con­vinto che un punto di media­zione si sarebbe tro­vato. Con chi si schie­rerà ora l’uomo che tirò giù la ban­diera nazi­sta dal Par­te­none? Cosa faranno la Pre­si­dente del Par­la­mento Zoe Kon­stan­to­pou­lou e l’ex mini­stro delle Finanze Yanis Varou­fa­kis, iper­cri­tici con il Memo­ran­dum fir­mato? Nomi pesanti che potreb­bero fare la dif­fe­renza, se schie­rati dall’una o dall’altra parte. La deci­sione di Tsi­pras ha spaz­zato via pure i pon­tieri del par­tito, chi pen­sava fosse ancora rea­liz­za­bile la mis­sione impos­si­bile di man­te­nere unita la Coa­li­zione della sini­stra radi­cale. Ora sono chia­mati tutti a schie­rarsi o a tirarsi indie­tro, come ha annun­ciato ieri la depu­tata Maria Kanel­lo­pou­los, che non si rican­di­derà per­ché «non voglio par­te­ci­pare all’inevitabile guerra civile tra eser­citi di parte che si sca­te­nerà» e, dice, tor­nerà all’attivismo sociale. Le due Syriza si divi­de­ranno senza nep­pure con­fron­tarsi in un con­gresso: chie­sto da Tsi­pras all’indomani dell’Eurogruppo del 12 luglio (quello del «water­boa­ding men­tale»), è rima­sto stri­to­lato dal muro con­tro muro e dalla pro­ba­bile diser­zione della sini­stra interna. «Per­ché un’elezione indetta ad ago­sto, a tempo di record?» si chie­deva ieri il sito Iskra, house organ  della mino­ranza, «la ragione è sem­plice e intui­tiva: il governo è pre­oc­cu­pato per le con­se­guenze del Memo­ran­dum, che si faranno sen­tire giorno dopo giorno. Ma c’è un altro motivo non tra­scu­ra­bile: sor­pren­dere la Piat­ta­forma di sini­stra, che non ha avuto il tempo di pre­pa­rarsi alle ele­zioni, e sba­raz­zarsi del no al referendum».

Chi non si dichiara sor­preso è l’inossidabile Kke: anche il segre­ta­rio del par­tito comu­ni­sta Kou­tsou­bias ha detto che un voto a così breve ter­mine serve per non far orga­niz­zare gli avver­sari, ma loro si dicono «pronti in qual­siasi momento». D’altronde sono stati tra i pochi a non andare in vacanza nep­pure un giorno: i suoi mili­tanti affi­liati al sin­da­cato Pame sono scesi in piazza sia nel giorno del voto del primo accordo, a luglio, che in quello di fer­ra­go­sto sul Memo­ran­dum.
Ma a pre­oc­cu­pare lo staff di Tsi­pras, e forse a spin­gerlo a for­zare i tempi, sono soprat­tutto i son­daggi: l’ormai ex pre­mier è ancora forte, ma i con­sensi sareb­bero un po’ in calo e l’applicazione delle

misure più dure del Memo­ran­dum rischie­rebbe solo di nuo­cer­gli.  Da qui la deci­sione di  gio­care d’anticipo e chie­dere ai greci un con­senso pieno.

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