Da Budapest a Madrid i veri interessi in campo nella partita Ue sulle quote

Da Budapest a Madrid i veri interessi in campo nella partita Ue sulle quote

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NELLE sue ore più drammatiche e alla vigilia del vertice straordinario di lunedì, l’Unione Europea implode nelle sue contraddizioni, si divide come mai si era divisa, mostra il paradosso della nozione del suo “libero spazio”. Quello per cui ogni cittadino europeo o immigrato regolare può liberamente circolare nell’area Schengen, ma ciascun Paese membro continua ad avere il controllo dei propri confini, delle proprie politiche di immigrazione. In un riflesso pavloviano di difesa delle sovranità nazionali, l’Europa si mostra insieme feroce e solidale, misurandosi con la parola chiave di questa crisi senza precedenti — “ Quote” — e declinandola in domande non più eludibili.
Chi deve sostenere il peso della solidarietà? In che misura? Sulla base di quali parametri? In cambio di quali garanzie?
Non più tardi di aprile, le capitali europee erano state percorse da fremiti di indignazione per la proposta di Jean Claude Juncker di trovare una “chiave di distribuzione” in grado di ridislocare, in via eccezionale, 5 mila migranti richiedenti asilo arrivati sulle coste del Mediterraneo. A giugno, quel numero era salito a 40 mila, convincendo gli Stati Membri ad un accordo che consentisse la “redistribuzione” su base volontaria. Ora, siamo a 160 mila. E alla vigilia del vertice, sotto la spinta di Berlino, Roma, Parigi e dell’esecutivo europeo il meccanismo di divisione delle quote perde ogni tratto di “volontarietà” ed “eccezionalità” per assumere quello della “obbligatorietà” e “permanenza”.
Nella geografia dell’Unione divisa, il cosiddetto gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) ritiene di non dover pagare alcun prezzo aggiuntivo alla solidarietà europea. E se è vero che Berlino ha finito per stringere intorno a sé l’Italia e il blocco dei Paesi scandinavi e convincere Parigi a considerare il meccanismo delle quote, dalla partita resteranno comunque fuori — perché non verrà richiesto di applicarle — Irlanda, Regno Unito e Danimarca.
La verità è che al tavolo del vertice ciascuno degli attori chiave sa innanzitutto e soprattutto quel che pretende dagli altri. La Francia, per la quale si prevede un afflusso di 100-120 mila richiedenti asilo l’anno e già alle prese con una media di 50 mila clandestini “illegali” nell’arco dei 12 mesi, chiede, come del resto la Germania, che la precondizione di ogni accordo sulle quote sia la creazione di “hot spot” ai cancelli meridionali dell’Europa — Italia e Grecia — che garantiscano un’identificazione certa dei richiedenti asilo e un rapido screening di chi abbia o meno dirittoa restare in Europa. Oltre all’ampliamento della lista di Paesi verso i quali poter espellere i migranti la cui richiesta di asilo non venga accolta.
L’Italia è pronta a dire “si” agli hot spot (dei cinque ipotizzati a Pozzallo, Agusta, Lampedusa, Trapani e Taranto, tre potrebbero entrare a regime già a fine settembre) con la presenza di funzionari di Frontex e dell’Easo (Ufficio europeo di sostegno all’asilo), ma a due condizioni. La prima: solo dopo che sarà stato avviato il piano obbligatorio di redistribuzione con quote superiori ai 32 mila trasferimenti. La seconda: solo dopol’avvio delle procedure per la revisione del trattato e regolamento di Dublino.
“Hot spot” è anche la parola chiave dell’agenda del governo di centro-destra belga. Ma in un Paese che ha sperimentato in luglio qualcosa che le era sconosciuto (4.961 richiedenti asilo, 55 per cento in più rispetto a giugno e 192 per cento rispetto ad agosto 2014), Theo Francken, membro del partito nazionalista fiammingo, sostenitore del ripristino dei controlli al confine e segretario di Stato per le richieste di asilo, ha spiegato che la solidarietà, alla fine, è questione di “scambio”. «Alcuni Paesi hanno tratto vantaggio dalle politiche comunitarie agricole e dai fondi europei. Se non si dimostreranno solidali in questa crisi, chiederò che li perdano».
Le parole di Francken invitano a guardare a Madrid che con le sue 6.202 richieste di asilo l’anno è di fatto l’unico Paese mediterraneo dell’Unione rimasto immune alle dimensioni materiali della crisi. Il governo di Rajoy, ancora nelle scorse settimane, era convinto che l’offerta di accogliere volontariamente 2.749 richiedenti asilo fosse ragionevole e solo dopo l’incontro del premier con la Merkel al castello di Meseberg e la richiesta da parte della Commissione europea di portare quel numero a 14.931 ha cominciato a elaborare l’idea che quel numero a quattro cifre dovrà necessariamente essere alzato. Anche se «le quote — spiega al Lena una fonte di governo — incoraggeranno i migranti a bussare alla porta dell’Europa».
È un fatto che la posizione della Spagna, come gli esiti del vertice del 14, molto dipenderanno dalla capacità di persuasione e dagli argomenti di Angela Merkel, capace di capovolgere dopo la crisi greca, l’immagine del suo governo e del Paese agli occhi dell’Europa. Mostrando Berlino come il laboratorio di una politica diversa e possibile dell’accoglienza. Non fosse altro, perché le risorse esistono. Ne è convinto Michael Moller, direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra e voce del Palazzo di vetro in Europa. «Il problema delle migrazioni è globale — dice al Lena — ma l’Europa è comunque dotata di sistemi e ricchezze che rendono sostenibile il peso di questa crisi». Del resto, a sostegno di queste considerazioni e della crescita di un sentimento europeo “solidale”, è un sondaggio condotto da Gallup nel 2013 in 160 Paesi del mondo per conto dell’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (IOM), i cui esiti saranno resi noti a ottobre e di cui il Lena ha ottenuto alcune anticipazioni per quanto concerne l’Europa. In Germania, per esempio, il 61 per cento degli intervistati è convinto che i migranti facciano lavori che nessuno sarebbe disposto a fare e il 66% che nessuno vuole. «Un dato — dice al Lena Frank Laczko, capo del centro di analisi dati all’Iom — che è condiviso nella maggior parte dei Paesi europei».
Come dimostrano, del resto, anche i segnali che arrivano dalla Svizzera. Alla fine di agosto, un sondaggio indicava come il 61 per cento della popolazione fosse favorevole a che il Paese assuma un ruolo di leadership nella soluzione umanitaria della crisi. E se è vero che solo il 26,5 per cento sarebbe disposto ad ospitare “quote” di 40 mila migranti l’anno, è altrettanto vero che al vertice del 14, parteciperà Simonetta Sommaruga, consigliere federale socialista delegato alle richieste di asilo, per esprimere una posizione di pieno appoggio alla Merkel e ad una «politica europea condivisa sui rifugiati».


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