“ Libri non bombe”, quel cartello che ora illumina Parigi

“ Libri non bombe”, quel cartello che ora illumina Parigi

PARIGI. SUL MONUMENTO della République c’è un foglio su cui qualcuno ha scritto “BOOKS NOT BOMBS”, “Libri non bombe”, e benché l’idea vada da sé, sono due giorni che ci penso su. Penso a tre variazioni. 1: Libri non bombe. 2: Bombe non libri. 3: Libri e bombe (o il suo risvolto, Né libri né bombe, che accantoniamo). E siccome sono a Parigi, e a Parigi vale la pena anche solo per le sue librerie, vado dai librai.
Del resto, non avevo scelta: interpellare fabbricanti e commercianti di bombe è troppo complicato. È il secondo di tre giorni di lutto, e molte librerie sono chiuse. A Rue de l’Odéon “Le coupe papier” ha messo sulla sua vetrina antiquaria una pagina scritta a mano, con una grafia ammirevole (traduzione mia): «La libreria resterà chiusa oggi. Vogliate scusarmene, ci sono dei giorni così, e specialmente dei giorni dopo». Poco più avanti è aperta “Amélie Sourget”, e la giovane signora cui chiedo che cosa pensi del motto è gentilmente interdetta. Naturalmente, dice, io vivo di libri, e di bombe si muore. Esistono anche libri cattivi? Certo. E bombe buone? Non so, forse necessarie. Spicca in vetrina una prima versione (1791) di Thomas Paine, Théorie et pratique des droits de l’homme.
Paine abitava di fronte, come ricorda la lapide che lo dichiara «inglese di nascita, americano d’adozione, francese per decreto », e lo cita: «Quando le opinioni sono libere, la forza della verità finisce sempre per prevalere». Là sotto c’è la libreria Guénégaud, specializzata in caccia, manieri e castelli e storia locale, sono il primo del giorno e non sono nemmeno un cliente. Il signore che mi riceve è decisamente all’altezza delle tradizioni custodite dai suoi scaffali, e si sbriga: «Tanto i libri non li legge più nessuno, qualche vecchio come lei e me. E le bombe sono mera gesticolazione ». Se vendessi bombe invece che libri, dice, gli affari andrebbero a gonfie vele. Certo che i libri possono essere pericolosi, dice, e fa un elenco in cui il Mein Kampf è surclassato da Stalin e Mao e Fidel. Direi che non diffidi delle bombe, quanto dei bersagli troppo lontani, dal momento che «i terroristi sono francesi, li abbiamo in casa ». In altre librerie si diffida delle mie domande, ciò che è comprensibile, e forse c’è una reticenza a esporsi. Sul magazzino Gallimard sono appiccicate con lo scotch fotocopie di un brano “algerino” di Camus: «È per questo avvenire ancora inimmaginabile, ma prossimo, che dobbiamo organizzarci e sostenerci a vicenda. Assurdo e straziante nella tragedia che viviamo è che, per affrontare un giorno le prospettive a misura del mondo intero oggi noi dobbiamo riunirci poveramente, in pochi, per chiedere solo che sia risparmiato su un punto solitario del globo un pugno di vittime innocenti. È il nostro compito, e per oscuro e ingrato che sia dobbiamo affrontarlo con decisione, per meritare un giorno di vivere da uomini liberi, cioè da uomini che rifiutano insieme di esercitare e di subire il terrore».
È chiusa la libreria scientifica che espone le opere di Muhammad Ibn Musa Al-Khwarizmi, cui Oriana Fallaci riconobbe di aver dato il nome all’algoritmo, ma negò l’invenzione dello zero… Al Luxembourg, il libraio di “Thierry Margo” pensa che i libri facciano del male quando i loro autori sono malvagi. Dei bombardamenti su Raqqa non sa dire che efficacia abbiano, ma sa che sganciare libri su una banda di invasati che ti assaltino non è una gran risorsa: «Il libro può proteggerti solo quando abbia una rilegatura solida, e stia nella tasca interna, proprio all’altezza del cuore». La conversazione più fervida ci aspetta naturalmente dai bouquinistes del Lungosenna. Mi infilo in una discussione in corso fra intenditori, si direbbe: citano il ponte d’atterraggio troppo corto della portaerei Mistral, i favolosi contratti di vendita dei Rafale all’Egitto che non ha un soldo per pagarli… Loro sono convinti che di libri e di bombe ci sia bisogno, e «peggio per i tempi in cui c’è sempre più bisogno di bombe, come i nostri». La riprova?, dice un Guillaume. «Guarda come sono crollati i prezzi dei libri, e come crescono i prezzi delle bombe». Manuel, cui i lunghi pomeriggi di molto vento e pochi clienti hanno ispirato pensieri sistematici, trova che il mondo è infeudato agli americani fin dal Giappone degli anni ’30, e che «la Francia è sempre indietro di una guerra». Libri non bombe è un programma ideale, dice la signora di un “Gibert Joseph”: c’è un’umanità che ama i libri, e una che si tramuta in bombe per farsi esplodere e uccidere l’altra umanità. Ho l’impressione, dico, che le bombe cui il cartello pensa siano quelle “occidentali”. Quelle di Raqqa di ieri. «Sì, credo di sì. Si fa fatica a rassegnarsi all’uso delle armi, e i bombardamenti aerei sembrano la quintessenza della violenza»». E le bombe che fermarono lo Stato Islamico che faceva strage di yazidi e cristiani e arabi renitenti? Non ne so abbastanza, dice. Fa paura l’espressione “danni collaterali”, ma i civili colpiti per errore (quando è un errore, e non un crimine, come per l’ospedale di Kunduz) sono altra cosa dalla scelta dei terroristi: per loro i giovani del Bataclan, le persone del Petit Cambodge, non sono vittime collaterali, sono il bersaglio scelto e cercato. D’altra parte è persuasa che esistano i cattivi libri, e non solo i cattivi usi dei libri. Il Mein Kampf che esce dal vincolo dei diritti è citato da tutti i miei interlocutori, e del resto quei vincoli non gli hanno impedito di essere, insieme agli infami “Protocolli degli Anziani di Sion”, uno dei rarissimi testi occidentali avidamente letti nei dispotismi islamici. Vorrei chiederle altre cose, e magari parlarne con chi ha compilato quel foglio: “Books not bombs”. Anche l’espressione “religioni del Libro” è largamente equivoca, non trova? E andrebbe completata con quella “religione dei libri”, con la minuscola, non trova? Perché non diventi superstizione di un libro solo, e lo legga senza immaginargli un contesto? Il Corano tenuto alto mentre l’altra mano impugna il coltellaccio è più vicino a un libro o a un’arma?
La terza versione allora? “Libri e bombe?” Preferirei di no, li terrei separati: se non altro per l’evocazione di quel losco precetto per l’italiano, cioè il fascista, perfetto, “Libro e moschetto…”.


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