«Il clima securitario favorisce il Front national»

«Il clima securitario favorisce il Front national»

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Francia al voto/intervista. Per il sociologo Sylvain Crépon è una destra «à la carte» ma resta l’impronta del fondatore Le Pen. «Si può dire che sia diventato il partito dei “piccoli bianchi” che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, dei sottoproletari, dei precari»

Sociologo dell’università di Tours e membro dell’osservatorio sul radicalismo politico della fondazione Jean Jaurès, Sylvain Crépon è uno dei maggiori studiosi dell’estrema destra francese, tema cui ha dedicato numerose opere, tra cui Les faux-semblants du Front national (Presses de Sciences Po, 2015) e Enquête au cœur du nouveau Front national (Nouveau monde éditions, 2012).

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Sylvain Crépon

Il clima di paura e l’emergenza sicurezza sembrano giocare a favore del Front National, come sta sfruttando la situazione Marine Le Pen?
Anche se sulle prime non è voluta apparire come un’opportunista, la leader del Fn è tornata rapidamente a fare riferimento al suo principale credo ideologico che consiste nello stabilire un legame diretto tra l’immigrazione e l’insicurezza. Del resto è questa caratteristica radicale che rappresenta il suo principale capitale politico. E si tratta di temi che trovano un terreno ancor più propizio quando il linguaggio di tutta la politica si fa marziale. Quanto alle misure varate dal governo, vanno nella direzione auspicata da sempre dalla Le Pen che non poteva perciò che plaudire a questa scelta pur sostenendo che ci si deve spingere ancora più in là. Da questo punto di vista, la simbologia dell’unità e della concordia nazionale non nuocciono affatto al Front National, anzi. Detto questo, nei mesi scorsi, dopo la grande emozione del momento suscitata da fatti terribili come l’attacco a Charlie Hebdo, gli elettori sono tornati a concentrarsi sulle loro vicende, sul quotidiano.

In questo senso, lei ha studiato le forme attraverso le quali il Front National si è radicato socialmente nel Pas de Calais, a partire dalla cittadina di Hénin-Beaumont divenuta il «laboratorio del nuovo lepenismo»: come sono andate le cose?
Credo siano almeno tre i fattori che vanno considerati. In primo luogo il contesto sociale: da queste parti la chiusura delle miniere non è stata accompagnata da alcuna vera riconversione economica. Il terziario che ha preso il posto dell’industria estrattiva e che si caratterizza per gli impieghi precari, il part-time e dei vertici aziendali che hanno magari sede dall’altra parte del pianeta, non ha prodotto che una coscienza operaia estremamente parcellizzata a differenza di quanto avveniva in passato, quando il capitalismo era incarnato dalla figura del proprietario della miniera e le lotte sociali generavano un’identità di classe in grado di unire la popolazione. Così, il Fn che propone una solidarietà non più basata sulla comune appartenenza sociale, quanto piuttosto su quella «etnica» e che non smette di denunciare i guasti prodotti dalla globalizzazione e dalla politica della Ue, trova un’eco crescente presso chi si sente abbandonato. A questo si deve aggiungere che le amministrazioni locali sono state spesso coinvolte in scandali e casi di corruzione che hanno alimentato la propaganda populista del Fn. Infine il partito ha messo in piedi proprio a Hénin-Beaumont una rete militante molto attiva, apertamente ispirata a ciò che facevano un tempo i comunisti e che ha funzionato talmente bene che ora il Front vuole fare lo stesso in tutto il paese. In questo contesto, la scelta di Marine Le Pen di fare di questa cittadina la propria base elettorale fin dal 2007, ha fatto il resto.

Se questo è il profilo del Fn nelle ex zone operaie del nord, nel sud del paese, dove il partito ha un seguito altrettanto ampio, quale linea viene seguita?
I dirigenti del Front sono perfettamente coscienti delle differenze che esistono tra le diverse regioni. Così, Marine Le Pen adotta un registro più sociale, una linea sovranista, «né destra, né sinistra», perché deve fare breccia in un elettorato popolare dove un tempo era forte la gauche. La stessa posizione del numero due del partito, Florian Philippot, che è a sua volta candidato in un’altra zona già legata al mondo operaio come quella dell’est del paese. Al contrario, la linea espressa da Marion Maréchal Le Pen nel sud-est della Francia è molto più destrorsa, più sensibile alla questione identitaria, all’immigrazione, il che corrisponde alle attese del suo elettorato, composto anche, ma non soltanto, dai pied-noir. La sua è una posizione liberale sul piano economico e neoconservatrice su quello dei valori: ha ad esempio partecipato alle manifestazioni contro il matrimonio per tutti. Perciò non c’è una vera coerenza nella linea del partito. L’unica strategia è quella di formare dei quadri, dato che il partito sta ancora cercando di costruire la propria classe dirigente. Per il resto ciascuno può adattarsi alla sua clientela elettorale.

Se nel Front National coabitano posizioni così divergenti si può dire che la trasformazione annunciata da Marine Le Pen, rispetto al partito che ha ereditato dal padre, sia avvenuta davvero?
Sì e no. Sì per quanto riguarda certi aspetti ideologici. Quando Marine Le Pen definisce la Shoah come «la barbarie assoluta» non si può dire che non sia successo niente. Su questo punto si contrappone nettamente a suo padre, anche se ci ha messo molto tempo per farlo. Allo stesso modo la leader frontista si appropria di alcune tematiche repubblicane, si presenta come «gay friendly». Questo significa che la rotta è davvero cambiata? Le ricerche che ho svolto negli ultimi anni indicano il contrario. Certo, ci sono differenze tra il padre e la figlia. Ma nell’entourage della Le Pen alcuni esprimono la medesima ideologia del fondatore del Fn e questo non sembra disturbarla in alcun modo. Ma soprattutto sono i fondamentali del programma del partito che non sono cambiati: la pietra angolare resta ancora l’identità, anche sul piano economico e sociale con la proposta di una «priorità nazionale», mentre chiedendo la chiusura delle frontiere o l’uscita dall’euro, il Fn mostra di essere ancora immerso nella medesima logica nazionalista di un tempo. Allo stesso modo propone ancora oggi lo ius sanguinis in base a una concezione etnica della cittadinanza. In questo senso non si può proprio dire che abbia rotto con il suo percorso di partito dell’estrema destra.

In base alle candidature che il Fn ha presentato la scorsa primavera nelle elezioni dipartimentali lei ha tracciato un profilo sociale del partito e dei suoi elettori potenziali, chi sono?
In effetti è emersa una certa somiglianza tra candidati ed elettori, nel senso che il partito ha cercato di investire su figure che potessero essere percepite come vicine da chi doveva votarle: un elemento molto importante, specie nelle periferie o nelle zone periurbane e un po’ lasciate a se stesse, dove i simpatizzanti del Fn si dicono: «Questi candidati non sono dei tecnocrati, ma delle persone che pensano e parlano come noi, che capiscono i nostri problemi». Da questo punto di vista si può dire che il Fn sia diventato il partito dei proletari del settore privato, dei «piccoli bianchi» che lavorano e fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, dei sottoproletari. Persone che devono fare i conti con la precarizzazione del lavoro specie nel privato: cassiere dei supermercati, gente obbligata ad accettare contratti part-time, precari. Si tratta di lavoratori che vivono una condizione anomica, l’incapacità a costruirsi un’identità operaia piena e con cui la sinistra non riesce a comunicare.



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