“Così i Riva svuotarono le casse dell’Ilva ignorando l’ambiente”

“Così i Riva svuotarono le casse dell’Ilva ignorando l’ambiente”

Mentre Taranto si ammalava, i Riva svuotavano le casse della società facendo sparire i soldi necessari per l’ambientalizzazione. E’ questa l’accusa che i commissari straordinari nominati dal Governo – Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi – mettono nero su bianco, chiamando in tribunale gli ex proprietari dell’Ilva e chiedendo loro un risarcimento da due miliardi di euro.

LA CASSAFORTE IN LUSSEMBURGO

Tutto nasce quando Ilva commerciale, società controllata da Ilva spa e inserita nel coordinamento di Riva Fire, ha ceduto le partecipazioni in due società casseforti, che detenevano gran parte della liquidità del gruppo (la Centre de Coordination Siderurgique e Parfinex) a un’altra società: la Stahl, con sede in Lussemburgo. Non si tratta di una società qualsiasi. Ma di un’altra controllata da Riva Fire, ed essa stessa socia di Ilva. In sostanza è un passaggio solo formale di quote. Che vale però 1,13 miliardi. «I proventi di tale dismissione – denunciano però i commissari – invece di essere utilizzati a supporto dell’attività di Ilva – per finanziare gli interventi in precedenza deliberati dall’organo amministrativo di quest’ultima –, sono stati destinati, tramite un finanziamento da Ilva Commerciale a Ilva, al rimborso anticipato, per circa un miliardo di euro di finanziamenti concessi ad Ilva proprio da Stahl acquirente delle partecipazioni». In sostanza, l’operazione di dismissione («avvenuta per prezzo singolarmente coincidente con l’importo dei finanziamenti in essere tra Ilva e Stahl» annotano i commissari) è stata unicamente funzionale a far rientrare Stahl dai finanziamenti erogati in favore di Ilva. Una partita di giro interna alla famiglia che ha permesso di svuotare, secondo la ricostruzione che fanno i commissari nella denuncia, la società di più di un miliardo di euro.

LA SCISSIONE

Far transitare i soldi in Lussemburgo alla Stahl non è stata l’unica operazione. Una volta “estratte” le risorse dal gruppo, «i soci – scrivono nella denuncia i commissari – hanno provveduto, tramite una scissione, a suddividere l’originario gruppo che faceva capo a Riva Fire in due gruppi separati, autonomi e distinti». Il primo era una newco: l’hanno chiamata Riva Forni Elettrici ed è quella che ha beneficiato della scissione. «Sono confluite la Stahl (appena rimborsata del suo credito) e le società “casseforti” da questa in precedenza acquisite, nonché Riva Acciaio S.p.A. (“Riva Acciaio”), la cui attività produttiva, essendo svolta tramite forni elettrici, comporta minori impatti e responsabilità ambientali » scrivono i commissari. Il secondo gruppo faceva capo, invece, a Riva Fire. E nella pancia restava la sola Ilva, «gravata da crescenti oneri e responsabilità per l’adeguamento alle prescrizioni dell’Aia, e consapevolmente posta nell’impossibilità di provvedervi, dal momento che, come si è detto, le risorse finanziarie disponibili sono state invece destinate al rimborso anticipato dei finanziamenti concessi a Ilva da Stahl».

LA BONIFICA IMPOSSIBILE

Queste operazioni hanno portato alla bancarotta del gruppo. Tant’è che la procura di Milano ha ora iscritto nel registro degli indagati tutti gli amministratori degli ultimi trent’anni: ci sono quindi Adriano, Fabio, Angelo Massimo, Claudio, Cesare Federico, Daniele ed Emilio Massimo Riva. Oltre a Bruno Ferrante, l’ex prefetto nominato presidente del siderurgico nel 2012. Doveva essere lui il garante dell’operazione ambientalizzazione. Ma forse non sapeva che Riva, nella prospettiva offerta dai commissari, avevano reso impossibile l’operazione. «Non potendo attingere alle necessarie risorse finanziarie, Ilva si è trovata nell’incapacità di adempiere all’Aia, con conseguenze disastrose.

Dopo il sequestro, priva delle risorse finanziarie a ciò necessarie, Ilva non ha potuto attuare gli interventi ed è rimasta esposta ». Fino ad arrivare al fallimento.



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