Un simbolo di compassione contro i “muri”

Un simbolo di compassione contro i “muri”

CI trovi la notte, il frusciare dell’erba, il silenzio lunare e guardingo dell’animale che protegge il cucciolo, il simbolo potente del neonato, la vita che cerca la sua strada come il piccolo Mosè affidato alle acque del Nilo. Ma nella foto di Warren Richardson, scattata il 28 agosto sul confine serbo-ungherese, scopri molto altro. C’è che quel padre, colto in un atto di infinita intimità, è il simbolo di tutti i padri del mondo, così come il bimbo siriano morto in braccio al soldato turco sulla battigia era, con quelle scarpette nei piedini abbandonati, il bimbo di noi tutti. C’è l’individuo, con la sua storia, una storia che vuoi assolutamente sapere, e non il numero, la massa in movimento sui barconi o lungo le strade. Tu sei lui, diventi lui.

Che tempesta di segnali. Quell’atto — aprirsi un varco — rappresenta l’esercizio di un diritto primordiale; riassume la storia dell’umanità, quella di chi si taglia i ponti alle spalle perché non ha niente da perdere; mostra la nemesi tremenda dell’Ungheria, il primo paese a rimettere i reticolati che era stato il primo ad abbattere. Ma tutto questo è riassunto dal modo con cui l’immagine è stata colta, con l’infinita pazienza del bird- watcher, e non con la violenza di chi sbatte il flash sulla faccia stralunata degli Ultimi, in cerca di sangue e pornografia. Istantanea presa senza flash, con esposizione lunga, per non allertare la polizia. Tecnica che diventa atto di “com-passione”, tutto dalla parte degli Esiliati.

Il problema è che, dopo la compassione, ci dimentichiamo di loro. Solo in pochi, incontrando oggi quel padre e quel bambino, penseranno che dietro a loro c’è una storia. Anche in buona fede. Nel film Grand Budapest Hotel, il maître Gustave si arrabbia col suo “ boy” di origine araba e gli dice: «Cosa ti ha spinto a lasciare la patria e a percorrere lunghe distanze per diventare un povero immigrato in una società raffinata che sarebbe sopravvissuta benissimo anche senza di te?». E l’altro, a bruciapelo: «La guerra. Mio padre fu ucciso, la mia famiglia giustiziata da un plotone di esecuzione, il nostro villaggio bruciato e i sopravvissuti obbligati ad andarsene. Ho lasciato la patria per via della guerra». Il maître resta di sasso e dice: «Sono un idiota, egoista e bastardo».

Ecco, per non arrivare alla stessa amara ammissione su noi stessi, dovremmo tenere a mente ogni minuto immagini come questa.



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