8 marzo

Lavoro povero, la nuova segregazione

Speciale 8 marzo. Con la crisi economica la quota dove in famiglia lavora solo la donna è al 10 per cento. Da noi la disparità di genere si riflette sul mercato del lavoro e sulle politiche di welfare

Marcella Corsi, il manifesto • 8/3/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 790 Viste

Nelle dinamiche di sviluppo – sia economico sia civile – europeo e non, il nuovo millennio ha riportato i temi di genere al centro della scena.

Va chiarito da subito l’uso che qui si fa del termine “genere” contrapposto a “sesso”. Stabilire una chiara distinzione tra il genere come categoria sociale – l’attribuzione di significato a corpi sessuati – e il sesso – la differenza anatomica tra uomini e donne – ha avuto storicamente la funzione importante di poter rifiutare l’idea secondo cui «l’anatomia è destino», ossia che la differenza anatomica delle donne dagli uomini possa giustificare il loro ineguale trattamento. In quest’ottica non è solo il sesso a differenziare uomini e donne, ma anche molti altri fattori, come l’età, il ruolo sociale, lo stato lavorativo, le competenze, l’appartenenza a determinati gruppi etnici, l’orientamento sessuale, e così via.

In ambito europeo, negli ultimi anni, il dibattito sulle politiche di welfare ha prestato più attenzione che in passato ai soggetti maggiormente vulnerabili, come le donne, prevedendo una serie di provvedimenti di stimolo alle capacità imprenditoriali, di riduzione delle barriere all’entrata al lavoro autonomo, di sostegno dei diritti d’eguaglianza e di responsabilizzazione femminile, nella consapevolezza che soltanto un modello sociale efficace può frenare il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, e creare ricadute positive per lo sviluppo economico e sociale futuro di un territorio.

L’Italia, finora, non è riuscita pienamente a recepire gli indirizzi che provengono dall’Europa. Il nostro Paese, com’è noto, oltre ad essere contrassegnato da una partecipazione femminile al mercato del lavoro tra le più basse del continente europeo, sconta ancora molti ritardi rispetto agli altri Stati europei, per livello di qualità del lavoro femminile e per politiche di genere deficitarie nel sistema delle tutele, nei servizi a supporto della famiglia e della prima infanzia e negli strumenti contrattuali volti a favorire una più equilibrata conciliazione tra i tempi di lavoro e l’organizzazione familiare.

Ciò che più fa riflettere e preoccupare è che nel nostro Paese regni ancora una sorta di marginalizzazione, di segregazione, sia verticale sia orizzontale, verso la donna che lavora, che tende a manifestarsi sia in un’alta concentrazione del lavoro femminile in attività a basso valore aggiunto e quindi a bassa remunerazione (come il terziario povero), sia in maggiori ostacoli al raggiungimento di posizioni apicali all’interno delle aziende, nonostante il rendimento scolastico delle donne risulti, ormai da qualche anno a questa parte, migliore di quello degli uomini.

È evidente che in un sistema economico ove l’occupazione femminile tende a polarizzarsi (quasi identificandosi) con il terziario e a concentrarsi prevalentemente su impieghi di basso profilo, anche retributivo, la scelta del lavoro per le donne investe quella dell’assetto della famiglia e più in generale valori o interessi meno professionalizzanti, seppur altrettanto socialmente meritevoli.

È una questione che tende a presentarsi in maniera evidente al momento della nascita di un figlio: in quella fase, quasi la metà delle madri italiane decide di uscire dal mercato del lavoro per dedicarsi interamente al bambino, e, nonostante la gran parte delle donne consideri tale uscita come provvisoria, soltanto la metà riesce a trovare nuovamente lavoro dopo un certo periodo, di solito però pagando professionalmente lo scotto di questa temporanea uscita.

Questa disparità di genere diventa ancora più lampante in un momento storico come l’attuale: se le donne sono state inizialmente risparmiate dai peggiori effetti della crisi, non sono riuscite poi a evitare i peggiori effetti di alcuni dei suoi “rimedi” (essenzialmente tagli alla spesa pubblica per il welfare e il pubblico impiego).
Ci preme sottolineare tre aspetti particolarmente rilevanti dell’impatto di genere della crisi corrente.
1) Durante la crisi abbiamo assistito a un livellamento verso il basso della disparità di genere nell’occupazione, nella disoccupazione, nei salari e nella povertà. Questo elemento, tuttavia, non riflette un progresso nella parità di genere, giacché è determinato dal calo dei tassi di occupazione, dall’incremento dei tassi di disoccupazione e dalla diminuzione dei guadagni sia per gli uomini sia per le donne.

2) Il comportamento delle donne sul mercato del lavoro durante la crisi è stato analogo a quello degli uomini. Quest’analogia di comportamento trova giustificazione nel mutato ruolo delle donne in termini di reddito. In occasione della crisi, le famiglie con due redditi sono diminuite quasi esclusivamente a vantaggio delle coppie mono reddito femminile, la cui quota è arrivata quasi al 10%. In termini percentuali, inoltre, gli uomini scoraggiati dal cercare occupazione sono stati più delle donne. Vi sono poi dati che dimostrano come le donne abbiano dovuto accettare di lavorare a tempo parziale “involontariamente”. L’aumento del peso dei lavoratori involontariamente a tempo parziale è notevole, in Italia, sia per le donne sia per gli uomini, anche se in termini percentuali l’incremento è maggiore tra gli uomini.

3) Il contributo femminile al reddito familiare si è dimostrato durante la crisi un elemento essenziale per il benessere relativo della famiglia e ha costituito un indispensabile ammortizzatore, anche se solo parziale, contro la perdita di reddito causata dalla crescente disoccupazione maschile. In questa situazione appare sempre più evidente il costo non solo per le donne, ma per l’intera società, del persistere di disuguaglianze di genere nonché del preponderante peso delle donne nelle forme di lavoro discontinuo e/o sommerso.

È fondamentale tenere conto di questi aspetti nell’orientare le politiche sociali e del lavoro. I paesi dell’Unione europea hanno di fronte, in questa fase, due grandi sfide: riconoscere esplicitamente che è necessario monitorare e valutare il differente impatto su donne e uomini di ciascuna scelta politica che venga adottata; scegliere misure, nello specifico, che incentivino e sostengano la ripresa tenendo conto della nuova realtà del mercato del lavoro, e del modo in cui vi si pongono donne, uomini, coppie e famiglie. Per porre le basi di tali politiche, vari interventi sono necessari, dalla revisione dei sistemi di sostegno al reddito individuale e/o familiare, del sistema dei congedi, parentali o altro, agli investimenti in infrastrutture sociali.

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